Mario Ajello
Mario Ajello

Le nostre vite sempre in bilico nell’insicurezza

Mercoledì 24 Ottobre 2018 di Mario Ajello
Le nostre vite sempre in bilico nell’insicurezza
Non il male di vivere. Ma il rischio di vivere. Nella nuova normalità di Roma città-inferno. Qui il pericolo di morte incombe ad ogni passo, anche quando si sale su una scala mobile in un pomeriggio come tanti. Chi arriva in cima può dirsi un sopravvissuto.

Nella normalità della vita di tutti che s’è trasformata in incubo, in questa ordinaria insicurezza da cattiva gestione istituzionale e da irresponsabilità anti-civica di chi dovrebbe garantire l’incolumità generale, le rampe della metro diventano uno scivolo verso l’abisso. Così come le strisce pedonali si trasformano in una passerella dove essere investito e morire. E l’albero non è più un pezzo della Grande Bellezza ma un oggetto contundente, l’autobus non più un mezzo pubblico ma una trappola che può esplodere e la pozzanghera non una pozzangherina ma uno sprofondo somigliante allo Stige o al lago Cocito di Dante. 

La normalità del peggio deriva dalla rinuncia a quel senso dell’auctoritas che significa presenza fattiva e abnegazione totale, da parte di chi governa, nel fare la manutenzione della città e nel tutelare anche così le esistenze di tutti. Nell’incuria, la vita dei romani è continuamente appesa a un filo. Oggi si rompe il tuo o si spezza il mio? E domani a chi tocca? Sono in bilico le persone, perché è in bilico, più direzione baratro che viceversa, questa Capitale nella quale basta nulla - un gruppo di tifosi di calcio arrivati dalla Russia e accalcati nell’ingresso di una metro, come capita spesso ovunque - per trasformare l’ordinarietà in sciagura.

Roma come il gioco dello shangai: se si muove anche leggermente una bacchetta viene giù l’intera impalcatura. Anche se non si può escludere al momento, e poi le indagini chiariranno, che la rottura della scala mobile sia dovuta al fatto che i tifosi russi cantavano e ballavano forsennatamente sulla pedana. Ma non dovevano stare lì, sono sfuggiti al piano sicurezza allestito per la partita e dunque quel piano di tutela dei cittadini e della città ha evidentemente fatto difetto. 

Il fatto è che la modernità che dovrebbe preservare meglio le vite ha scelto, o meglio così hanno deciso per lei, di non svolgere del tutto il suo compito a Roma. Che ieri improvvisamente è precipitata indietro al tempo del neorealismo. Quando crollò nel ‘51, mentre l’Italia si stava rialzando dalla guerra, una scala su cui alcune ragazze aspettavano il loro turno per essere ammesse a un colloquio di lavoro e nel disastro alcune di loro restarono ferite gravemente. L’anno successivo Giuseppe De Santis con Cesare Zavattini trassero un film da questa tragedia. Stavolta non ci sarà alcuna pellicola d’autore perché le scene impressionanti della metro stanno già girando dappertutto. Rendendo virale la paura, dentro e fuori la nostra città. 

Una volta, appena poco tempo fa, “barbari” venuti da lontano hanno devastato l’Urbe, in occasione del match tra la Roma e gli olandesi del Feyenoord, di cui fece le spese anche la Barcaccia berniniana a piazza di Spagna. In questo caso, hanno agito i “barbari” di casa nostra. Qualcuno ha barbarizzato la gestione pubblica di questa Capitale. Il pericolo - il che è peggio - è endogeno, autoctono, capitolino: e non viene provocato da fuori. E non solo ci fa fare pessima figura davanti al mondo ma sottopone a spavento incessante chi qui abita e qui si sente sempre più privato di alcuni diritti essenziali: la libertà di movimento e, soprattutto, il piacere di vivere senza angoscia nel proprio contesto. Senza una spada di Damocle sulla testa o un tappeto ruotante sotto i piedi capace di trasformarsi in una lama. 

Il si salvi chi può non può e non deve essere la nuova condizione umana. Se la civiltà - che qui ha avuto la sua culla e la sua grande scala mobile su cui da millenni ha fatto salire l’intero Occidente - vuole ancora chiamarsi tale.  Ultimo aggiornamento: 15:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA