Marina Valensise
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Coronavirus, nuovo galateo igienico: l’affetto al tempo del bacillo e quel gesto che ci mancherà

Giovedì 5 Marzo 2020 di Marina Valensise
Il decreto del governo non è ancora stato emanato che in molti discettano sulle misure adottate, come la chiusura di scuole e degli atenei fino al 15 marzo. Intanto già si parla di una serie di raccomandazioni, senza valore di legge, ma meramente orientative, dirette al buon senso dei cittadini per affrontare responsabilmente il rischio di contagio. Nell’incertezza del momento, di certo dunque c’è che dovremo rinunciare alle strette di mano, agli abbracci, agli scambi di bicchiere e bottiglie. 

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Perché l’ignoto virus è contagioso e com’è noto sin dai tempi di Varrone Reatino e di Galeno si diffonde impercettibilmente attraverso i gesti quotidiani, navigando nell’aria di gocciolina in gocciolina da una persona all’altra, dopo uno starnuto, o penetrando la superficie dei corpi dal palmo di una mano ignara, veicolo di infezione, o inseguendo la traccia invisibile depositata su un bicchiere o sul collo di una bottiglia.

A Roma, in assenza di focolai certi, il contagio del Covid19 per ora sembra solo un caso ipotetico, e in tanti trasgrediscono i consigli continuando a frequentare cinema, teatri, convegni, presentazioni di libri e inaugurazioni di mostre. Ma a ben guardare, trovandosi in luoghi affollati a meno di un metro di distanza l’uno dall’altra, in molti già si astengono dal darsi la mano o due bacetti sulle guance in segno di saluto….Cambia così la prossemica romana. I più apprensivi si domandano se con la messa in mora dei segni tangibili di amicizia e affetto non cambierà anche la semantica dei rapporti personali. 

Intanto, però, appena si incontra un vecchio amico o un conoscente anziché baciarci, stringerci la mano, toccarci la spalla, diventiamo tutti giapponesi. Alziamo la manina in segno di resa, iniziamo a sventolarla da lontano, cercando di mantenerci alla distanza di sicurezza, e con un sorriso ora sornione, ora divertito o solo compatito evochiamo il fantasma dell’epidemia. Certo, almeno a parole, tentiamo sopperire al mancato contatto, al gesto bandito, represso, vietato…

Che sofferenza, direte voi che come me amate stabilire un contatto non solo fàtico, ma fisico coi vostri interlocutori. Eppure, mai come in questi giorni, si sta rivalutando il saluto nipponico, visto che i giapponesi per salutarsi si limitano a sorridere piegando il capo a mo’ di inchino, e si celebra la prescrizione rabbinica che per le donne esclude la stretta di mano, o la grazia buddista degli orientali che in segno di saluto congiungono sul petto i palmi delle mani in segno di pace. 

Ma in famiglia il tormento diventa straziante. Come evitare il bacetto alla vecchia zia, che da noi non si aspetta altro? E se stringiamo la mano, perennemente sporca, del nipotino col pallino di Archimede, non ci esponiamo a un rischio maggiore? Così, col Covid19, dilaga il panico da contagio e cresce un’inquietudine sottopelle con la quale dovremo convivere. Senza strette di mano, senza effusioni ravvicinate cosa ne sarà di noi? Certo, meglio rinunciare a un segno di affetto, che rinunciare a campare. Ma se la prospettiva dovesse peggiorare, e non ce lo auguriamo, finiremo tutti per adottare rapporti solo virtuali? Forse ci abitueremo anche a questo, ma vivere in modalità remota sarà durissima. Provare per credere. Ultimo aggiornamento: 00:40 © RIPRODUZIONE RISERVATA