Marco Gervasoni
Marco Gervasoni

Industriali e Carroccio/ Dalla piazza al dialogo per salvare le riforme

Lunedì 1 Ottobre 2018 di Marco Gervasoni
«Confindustria è governativa per definizione», amava dire Gianni Agnelli, il Machiavelli dell'imprenditoria italiana: di cui il presidente Vincenzo Boccia, con le sue dichiarazioni pro Salvini, sembra seguire la lezione. Del resto anche nella Seconda Repubblica la Confederazione ha sempre evitato di issare barricate, pure di fronte a governi che l'avevano sommersa di tasse.

Non è neppure vero che gli industriali mai si sarebbero schierati con un partito, come invece oggi avrebbero fatto con la Lega: ai tempi del secondo governo Berlusconi, nel 2001, il cuore di viale dell'Astronomia batteva per il centro-destra; e ancora ricordiamo un Cavaliere nella difficile campagna elettorale del 2006 sostenuto dalla base imprenditoriale (un po' meno dai vertici). L'attuale dirigenza di Confindustria, del resto, ha sostenuto il Sì al referendum del 2016: che era promosso da un solo partito, il Pd. Non dovrebbe quindi sorprenderci e men che meno scandalizzarci l'apertura di credito alla Lega. Seppure con alcuni paletti e relativo banco di prova.
L'organizzazione degli industriali deve premunire gli interessi delle aziende, ovvio che guardi con realismo e con senso della misura a quella componente del governo che a loro - specie in alcune aree del Paese - è sempre stata vicina, la Lega.

Detto questo, le dichiarazioni di Boccia hanno comunque qualcosa di insolito, se si pensa che il governo Conte si presenta come orgogliosamente populista e per certi aspetti possiede condotte e linguaggi di carattere rivoluzionario: figlio com'è di una profonda rottura, che il risultato elettorale del 4 marzo ha fatto emergere.
Insomma, siamo davanti a una presa d'atto con realismo anche se non con eccessivo entusiasmo. Dopo l'alta tensione estiva che all'indomani del decreto dignità e alla relativa stretta sui contratti a termine, aveva fatto evocare clamorosamente agli industriali la piazza, siamo davanti all'avvio di un dialogo con la Lega, cioè con quella parte della maggioranza che presenta nel suo programma molti punti coincidenti con quelli degli industriali. Che cosa vogliono infatti entrambi, Lega e Confindustria? Sviluppo, crescita, investimenti, tutto ciò di cui, e non solo secondo loro, ha bisogno il paese, e che certo non è stato stimolato a sufficienza negli anni precedenti.
È quindi necessaria una profonda discontinuità con le politiche del passato, che ancora non vediamo nel Def. Come arrivarvi? Una strada inevitabile passa per un'importante riduzione delle tasse sui produttori e sulle imprese, e un modello a cui ispirarsi possono essere i tagli di Trump, anche se in dimensioni difficilmente replicabili in Italia. Tutto «tatticismo»?

Confindustria lancia un segnale perché, rispetto a politiche care ai 5 stelle, di spesa improduttiva e in alcuni casi persino punitive nei confronti delle imprese (pensiamo a molti tratti del «decreto dignità»), la voce leghista si faccia maggiormente sentire nel governo, e nel paese. Tuttavia, come ha spiegato una nota di Confindustria di ieri «non si può essere pro imprese sui territori e contro a livello nazionale» e gli imprenditori si confrontano con tutto il governo e non solo con una parte.
E quella quantitativamente più rilevante in termini di voti nella maggioranza, non occorre mai dimenticarlo, è costituita dai 5 stelle e non dalla Lega. Il gesto di Boccia, non accolto con favore da tutta l'organizzazione, mostra però anche l'esistenza di una divergenza all'interno di quel mondo: tra un ramo dell'industria che vuole più globalizzazione, e che non è più da tempo «italiana», e un'altra parte invece disposta a ragionare in termini di regolazione e persino di «protezione» - un termine caro anche al presidente francese Macron, per dire.
Questa divisione nel mondo del business troviamo anche in altre paesi, in Francia, in Gran Bretagna, dove una parte dell'impresa non guarda con sfavore a Corbyn a dispetto delle sue ricette para comunistiche, e naturalmente negli Usa nei confronti di Trump. Si chiama corporativismo, e nasce sempre nei momenti in cui, a un'ondata di globalizzazione, segue il ritorno allo Stato nazionale e al controllo politico (fu così per l'Europa degli anni Venti e Trenta, anche nelle democrazie liberali).

Si tratta di vedere se, oggi, un «patto dei produttori», un neo-corporativismo, lo stesso che ad esempio definisce il rapporto tra lo Stato cinese e le sue imprese, potrà rafforzare quelle italiane sullo scenario mondiale o non rischia di indebolirle. Molto, anche se non tutto, dipenderà dalle risposte della politica e del governo.
  Ultimo aggiornamento: 24-10-2018 15:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA