Fase 2, l'errore nascosto: la strategia dei pochi tamponi per riaprire

Martedì 5 Maggio 2020 di
L'errore strategico/ La strategia dei pochi tamponi per riaprire
Che non ci siano le condizioni per la ripartenza lo sanno (quasi) tutti coloro che conoscono i dati di base del problema.

Ma ormai il punto non è più questo. Il punto è diventato: posto che non ci sono le condizioni, ma si è deciso di ripartire lo stesso, come facciamo a minimizzare i rischi?

La risposta a questa domanda è chiara in linea di principio, ma diventa confusa non appena si scende nei dettagli. Oggi vorrei fermarmi su un punto in particolare, che a me pare quello cruciale: il nodo dei tamponi e delle aperture differenziate.

Sui tamponi la storia in breve è questa. Tenuto conto della nostra anzianità epidemica (da quanti giorni dura l’epidemia in Italia), ne abbiamo fatti troppo pochi, e ancora troppo pochi ne stiamo facendo. Se ne avessimo fatti di più, avremmo avuto meno morti (chi non è convinto può consultare il grafico che pubblichiamo qui in basso); se ne aumenteremo il numero risparmieremo migliaia di vite umane. Ma, allora, perché non se ne fanno molti di più?



Qui dobbiamo fare qualche passo indietro nel tempo, per capire come sono andate le cose. In principio il problema era l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), con la sua sciagurata politica di disincentivare i tamponi, colpevolmente recepita dalle nostre autorità, più preoccupate di salvare il turismo che di limitare il numero dei morti. Poi, quando l’Oms ha repentinamente capovolto la sua politica, invitando a fare più test possibile (“test, test, test”), c’è stato un attimo di fatale distrazione dei nostri governanti, che hanno capito troppo tardi che – se non si approvvigionavano in fretta – i tamponi e i relativi reagenti sarebbero stati accaparrati da altri paesi, e avrebbero cominciato a scarseggiare. Questa è la fase in cui molti governatori, al Nord come al Sud, lamentano la difficoltà di fare tutti i tamponi che sarebbero stati necessari.

Poi però, più o meno lentamente, le cose sono cambiate. Un po’ si sono mossi i privati, talora (incredibilmente) provocando l’intervento repressivo dei Nas, ma un po’ si è mosso anche il Governo centrale, con la protezione Civile e il Commissario all’emergenza. Da qualche giorno il Commissario Arcuri lamenta di aver inviato milioni di tamponi alla Regioni, una parte dei quali giace inutilizzata.

Dunque ora il problema sta cambiando natura. Ci sono certamente regioni (prima fra tutte il Veneto), che di tamponi ne vogliono fare il più possibile, ma ce ne sono anche alcune (la maggioranza?), che o non vogliono o non possono espandere massicciamente il numero di tamponi. Insomma, il problema fino a ieri erano i ritardi del governo centrale negli approvvigionamenti, ma da un po’ di tempo il vero problema sembrano diventate le resistenze dei poteri locali.

Vorrei sottolineare che quello dei pochi tamponi – ovvero della enorme difficoltà che chiunque, anche quando sta male, incontra a farsi sottoporre a un test – è un rebus vero, ossia qualcosa che non si riesce a capire fino in fondo. Fra studiosi e giornalisti ci sentiamo spesso, e da settimane ci ripetiamo la domanda, anzi le domande: secondo te, perché non li vogliono fare? chi è che non li vuol fare, è il Governo che frena o sono le Regioni? quali regioni?

Una risposta possibile è la mera disorganizzazione, la farraginosità della rete di assistenza, il ginepraio delle regole burocratiche e delle procedure informatiche, come ampiamente documentato in diverse inchieste giornalistiche.

Una seconda risposta possibile è la resistenza a riconoscere che finora si è sbagliato. Qualcuno arriva a pensare che, ove i dirigenti di una regione (politici ed autorità sanitarie) si convincessero improvvisamente ad avviare una campagna di tamponi di massa, implicitamente riconoscerebbero di avere gravemente mancato fino a poco prima, con il rischio di contraccolpi politici o giudiziari.

Una terza risposta (quella che personalmente trovo più convincente) è che, nella nuova fase, fare tamponi sia diventato politicamente controproducente. Se una regione fa più tamponi, fa anche esplodere il numero di nuovi casi, e quindi peggiora la propria posizione sui parametri da cui dipende il grado in cui le sarà consentito di riaprire. Insomma: più tamponi = più casi = freno alla riapertura = minore consenso. Meno tamponi = meno casi = più riapertura = più consenso. E’ la maledizione della Fase 2: per minimizzare i rischi ci vorrebbero più tamponi, ma proprio la volontà di riaprire crea una diabolico meccanismo di incentivi a farne di meno.

Quale che sia la risposta ai nostri interrogativi, una cosa mi pare emerga molto chiaramente: al momento non abbiamo uno strumento per capire, se non in tempo reale, almeno in un tempo ragionevole (qualche giorno), come stiano effettivamente andando le cose. Troppo spesso si dimentica che i dati serali della Protezione Civile ci informano su contagi avvenuti 2, 3 o anche 4 settimane prima, non certo su quel che sta accadendo negli ultimi giorni, che resta sostanzialmente imperscrutabile.

Di fatto, le cosiddette riaperture saranno affidate alla dialettica fra Governo centrale, Regioni, sindaci dei comuni, una dialettica che – in mancanza di strumenti affidabili di monitoraggio dell’andamento dell’epidemia – rischia di trasformarsi in anarchia.
(www.fondazionehume.it) Ultimo aggiornamento: 16:36 © RIPRODUZIONE RISERVATA