Il consenso del Paese/ Smantellare la stretta ha un costo assai salato

Martedì 18 Febbraio 2020 di
Non sappiamo, allo stato, quale sarà il testo definitivo della riforma del Decreto-sicurezza presentato dal ministro Lamorgese. Pare che, oltre a recepire le osservazioni del Presidente Mattarella intenda modificare la disciplina delle iscrizioni all’anagrafe dei migranti, ampliare i permessi umanitari e i criteri di ingresso. Per il resto, a parte la riduzione di alcune pene, dovrebbe rimanere immutato.

Come quasi tutta la legislazione sull’immigrazione, anche il Salvini-bis era stato, più che altro, uno stendardo simbolico. Chiunque abbia trattato nelle aule giudiziarie, nelle Prefetture e nelle Questure questo fenomeno, sa infatti perfettamente che i problemi non nascono dalla carenza, o dall’eccesso di leggi, ma dalla loro mancata applicazione, e che la gestione dei flussi irregolari dipende da due fattori: gli accordi con gli stati rivieraschi (e i soci europei), e la predisposizione di risorse materiali per l’accoglimento di chi ne ha diritto e l’espulsione di ne è privo. 
La legge Turco-Napolitano, vecchia di vent’anni e firmata da due autorevoli esponenti della sinistra, disciplinava con chiarezza queste situazioni: in Italia si entra con il permesso; chi non ce l’ha è respinto alla frontiera; chi resta in Italia nonostante l’espulsione viene processato e condannato.

Poiché tuttavia questo vasto programma presuppone una volontà politica determinata e una disponibilità finanziaria cospicua, in mancanza di entrambe si è ricorsi al succedaneo cartaceo di una legislazione oscillante. Il decreto Salvini-bis, peraltro encomiabile per i provvedimenti antimafia e anticrimine, in tema di immigrazione non ha sostanzialmente cambiato molto. E tutto lascia supporre che anche con la riforma Lamorgese le cose resteranno come prima, perché le questioni politiche internazionali si devono trattare in altra sede, e le risorse per i rimpatri coattivi non ci sono. Ripetiamolo ancora una volta: il trasferimento “concreto” dell’irregolare è una procedura così costosa e complessa che nessuna norma, repressiva o permissiva, potrà risolvere. Abbiamo alcune centinaia di migliaia di immigrati illegali che, per legge, dovrebbero essere riportati a casa. Ce li siamo tenuti con i vari governi precedenti, e ce li terremo con la Lamorgese.

Fermo dunque che la prossima riforma non cambierà sostanzialmente le cose, resta il significato politico di questa iniziativa. E non è un significato da poco.

Che infatti il Pd la chieda con insistenza è nell’ordine delle cose, perché ne ha fatto una questione di bandiera. Ma che faranno i pentastellati? Questo è l’ inghippo. Perché il Decreto da modificare non è stato “generato nella colpa e partorito nel peccato” del solo Salvini. E’ stata una decisione collegiale, sostenuta e avallata da due ministri - Di Maio e Bonafede - che rivestono ancora ruoli essenziali, e sancita dallo stesso Conte, che garantiva l’unità di indirizzo politico del precedente governo. E’ vero che il Presidente del Consiglio ha già smentito sé stesso in varie occasioni, e ha motivato il suo “extratour” di alleanze con lo stato di necessità. E tuttavia allora l’intero governo aveva adottato questo provvedimento sulla base di argomentazioni sostanziali e (allora) condivise, prima fra tutte la difesa dei confini nazionali e la lotta ai “trafficanti di carne umana”. Una politica, tra l’altro, che aveva recato al governo molti consensi, trasferiti poi nel patrimonio di Salvini quando questa consonanza è venuta a mancare. E Di Maio sa benissimo che, in tema di immigrazione, una parte dei grillini è sensibile quasi quanto i leghisti, e vedrebbe con disappunto una sconfessione del suo precedente operato.

Resta, come alibi estremo, l’invocazione, appunto, dello stato di necessità. Entrambi i soci di maggioranza dell’attuale coalizione hanno in effetti ingoiato bocconi amari pur di salvaguardare “il bene del Paese” (come dicono loro) o le proprie poltrone (come dicono gli altri). Ma quale che sia la vera ragione, un governo non può reggersi sulla nuova categoria istituzionale della necessità, che in realtà esprime l’affannosa ritirata davanti a un’incalzante e agguerrita opposizione. Tanto più che se il nemico è alle porte, nelle retrovie serpeggia la diserzione: ieri quella di Renzi, e forse domani proprio quella di Di Maio. 
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