I ritardi del governo/ Compromesso al ribasso che lascia esposto il Paese

Giovedì 12 Marzo 2020 di
Poteva e doveva vincere la ragione. Quella dei previdenti, ingiustamente liquidati come Cassandre dagli sprovveduti. Invece è arrivato - per giunta con grande ritardo - il solito compromesso di palazzo. Conte chiude l’Italia a metà. Non c’è l’atteso e necessario blocco totale che serve al Paese per arrestare il contagio e garantire la salute pubblica. Ma solo la chiusura di negozi e commercio, salvando ovviamente alimentari e prima necessità. Restano fuori industrie e fabbriche. Una grave omissione che potremmo scontare tutti a causa delle falle che lascia aperte nella cruciale guerra al virus. Anche la scelta del commissario, poco tecnico e non certo un profilo da risolutore alla Bertolaso, lascia perplessi. 

Il 2 di Marzo scrivemmo su queste pagine che la semplice logica dei numeri doveva farci prevedere un’estensione quasi esponenziale dell’epidemia.

E che il rischio maggiore, e assai prossimo, era l’insostenibilità delle strutture di emergenza del sistema sanitario; aggiungemmo che la crisi ospedaliera non avrebbe coinvolto solo i malati di coronavirus, ma tutti gli altri pazienti - infartuati, incidentati, operati ecc - che necessitavano di terapie intensive; e ci permettemmo di concludere che davanti a tale prospettiva, a dir poco catastrofica, le pur comprensibili preoccupazioni per la produzione industriale e più in generale per la situazione economica diventavano secondarie, perché, come è vero che la ricchezza prima di esser distribuita va prodotta, è altrettanto vero che per produrla occorre essere vivi ed efficienti. Per questo le più drastiche misure, massicce e immediate avrebbero prodotto, alla fine, un danno minore di una lenta e parcellizzata distillazione di provvedimenti settoriali. Una libbra di sudore durante l’addestramento, diceva il generale Patton, fa risparmiare un gallone di sangue in battaglia.

A quanto pare, nonostante la - purtroppo prevista - diffusione del virus, il Paese sembra ancora diviso in due: gli scienziati e le persone avvedute, che ritengono indispensabile una chiusura generalizzata della attività, costi quel che costi, mantenendo aperte solo quelle essenziali; e gli altri, che non avendo ancora compreso la potenzialità devastante del virus, ritengono queste misure esagerate. A dispetto di tutto. Tralascio, per carità cristiana, ogni commento sui giovani che si proclamano indifferenti perché la malattia “non li riguarda”, e sugli adulti(!) che credono a un complotto ordito non si sa da quale organizzazione misteriosa.

Tra questi due opposti, vi è tuttavia una categoria intermedia, che tenta di conciliare il diavolo con l’acqua santa. Alludiamo alla richiesta inoltrata al Governo dalla Regione Lombardia, che da un lato chiedeva, giustamente, la chiusura delle attività commerciali, artigianali, ricettive e terziarie (escluse, com’è ovvio, quelle assolutamente essenziali), ma dall’altro comunicava che era stato raggiunto un accordo con Confindustria lombarda “che provvederà a regolamentare l’eventuale sospensione o riduzione delle attività lavorative per le imprese”. Insomma, par di capire, la chiusura o meno delle fabbriche sarà affidata - secondo il premier - alla iniziativa degli industriali.

Ora, noi abbiamo il massimo rispetto per questa benemerita categoria, senza la quale il Paese cadrebbe nell’abisso di un’arretratezza e di un povertà paleolitiche, e partecipiamo angosciati alle preoccupazioni loro e dei loro dipendenti. Ma proprio perché sappiamo che senza di loro il Paese morirebbe, ci sembra doveroso ricordare che la libbra di sudore, e anzi di sangue, necessaria oggi, diventerebbe un’emorragia fatale se l’epidemia non fosse definitivamente fermata. E che gli stessi sacrifici imposti alle altre categorie produttive - artigiani, commercianti ecc - richiedono, per ragioni di coerenza ed equità, l’estensione a chi non sia realmente indispensabile per quel minimo di sopravvivenza che l’Autorità ci deve garantire. Sta dunque a quest’ultima assumersi l’onere di scelte, per quanto impopolari, che sacrifichino oggi interessi settoriali per tutelare la comune ripresa del domani.

Un’ultima considerazione. Abbiamo già scritto quanto questo governo sia stato inavveduto nel non prevedere lo sviluppo dell’epidemia, e nell’adottare provvedimenti tardivi e pasticciati, l’ultimo dei quali, redatto di notte in un italiano goffo e sommario, non solo è di difficile interpretazione e di applicazione incerta, ma ha prodotto un esodo notturno disordinato e repentino, con gravi effetti per l’immagine del Paese e il contenimento del contagio. Nondimeno, poiché l’emergenza richiede concordia, condividiamo la prudenza di chi non auspica crisi politiche. E tuttavia sarebbe grave se, per il solo gusto di non dar ragione all’opposizione, Palazzo Chigi ne ignorasse i suggerimenti, quando questi sono validati dalla scienza e imposti dalla necessità. Forse la creazione di un organismo centrale concordato proprio con l’opposizione comporterebbe un’omogeneità di trattamento, eviterebbe polemiche sterili e strumentali, e forse potrebbe aiutare a soffocare il virus, prima che sia questo a soffocare noi.  Ultimo aggiornamento: 00:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA