L'aiuto che mancherà/ La formidabile generazione del dopoguerra

Mercoledì 1 Aprile 2020 di
Una cosa che abbiamo capito fin dall'inizio della pandemia è che tutti possiamo contrarre il Covid-19 e partecipare alla sua diffusione, ma le vittime principali sono gli anziani. Si tratta di un dato che trova solida conferma nel monitoraggio fornito quotidianamente dalla Protezione civile.

Il tasso di letalità osservato, calcolato come rapporto dei decessi tra chi è infetto e casi positivi accertati, sale da valori inferiori a 1 su mille sotto i 30 anni a oltre uno su quattro sopra gli 80. Tra i primi diecimila deceduti, meno del 5 percento risulta avere un'età inferiore ai 60 anni.
Per giustificare le drastiche misure di isolamento - con conseguenze sociali ed economiche generalizzate si è detto che nonostante l'epidemia sia concentrata sugli anziani più fragili, lo stress che il gran numero di ricoveri produce sul sistema sanitario e sulle strutture di cura può determinare un collasso con conseguente impossibilità poi di garantire servizi utili a tutta la popolazione.

In reazione a questo argomento opportunista, c'è chi ha rimarcato che il valore di ciascuna vita va considerato prioritario su qualsiasi altra considerazione. Esiste, inoltre, un debito personale di riconoscenza verso genitori anziani e nonni, sia affettivo che materiale. In Italia, più che altrove, le pensioni svolgono una funzione di aiuto verso figli e nipoti in fase di difficoltà o per promuovere l'avvio di una attività. Molti anziani, pur in condizioni di salute non ottimali, svolgono anche un ruolo di rilevo nelle reti di welfare informale. Lo stesso Presidente Mattarella è recentemente intervenuto sul tema, esprimendo il suo forte dolore nel pensare come questa epidemia, decimando i più anziani, stia sottraendo alla nostra comunità persone che costituiscono per i più giovani punto di riferimento non soltanto negli affetti ma anche nella vita quotidiana.

Per avere piena consapevolezza della portata di questa perdita è però importante pensare gli attuali over 80 non tanto e solo come appartenenti ad una categoria di età, ma in quanto membri di una generazione portatrice di un contributo culturale e antropologico unico. Corrisponde infatti ai nati prima del 1940. Hanno attraversato la discontinuità prodotta dalla Seconda guerra mondiale e sono stati protagonisti della fase successiva. Rappresentano, quindi, l'unica generazione vivente ad avere sperimentato direttamente cosa significa subire un forte shock collettivo e mettere le basi di un nuovo inizio. Sono quindi particolarmente preziosi oggi per aiutare a capire cosa significa far ripartire un paese messo in ginocchio da una dura prova. Tale generazione si è assunta il compito di chiudere un'epoca e aprirne un'altra, immettendo il paese in un percorso di democrazia e benessere. Partita da basse aspettative, si è presa carico di un paese da ricostruire, facendo leva sui valori solidi dell'impegno, dell'etica del lavoro, della responsabilità individuale, del bene comune. Valori non così diffusi oggi, ma ancor più utili per le nuove generazioni davanti al nuovo scenario e alle sue implicazioni.

Questa epidemia ci sta quindi portando via non solo gli anziani, ma parte rilevante di una generazione portatrice di una combinazione unica tra memoria storica di una fase cruciale del paese e testimoni del contesto umano, emotivo e valoriale nel quale l'Italia produsse il miracolo della ricostruzione e pose le premesse del boom economico. Dati che nessun testo scritto o pagina di wikipedia può pienamente restituire. Non si tratta quindi solo di ultraottantenni fragili: è un forte impoverimento sociale e antropologico che questa epidemia ci infligge con l'accelerazione brusca dell'uscita di scena di questa generazione. Proteggiamoli, facciamogli sentire la nostra riconoscenza e, a chi resisterà anche a questa prova, rendiamo ancor più preziosa la presenza nell'Italia che verrà.

@AleRosina68 Ultimo aggiornamento: 07:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA