Biennale Venezia, il cileno Alfredo Jaar: «Immaginiamo un mondo diverso»

Lunedì 3 Giugno 2013 di Valentina Bruschi
Lightbox with black and white transparency, una delle opera di Jaar esposte a Venezia  (foto Agostino Osio)
VENEZIA - «Resistere, resistere, resistere. Si possono distruggere città e persone ma non si possono uccidere le idee», afferma Alfredo Jaar, artista di origini cilene che vive a New York, cittadino del mondo e grande estimatore della cultura italiana del secondo dopoguerra.



Quest’anno è stato invitato a rappresentare il Cile per il padiglione nazionale alle Artiglierie dell’Arsenale, nell’ambito della 55esima Mostra Internazionale d’Arte, la Biennale di Venezia, aperta al pubblico fino al 24 novembre. «Ho studiato architettura e cinema in Cile e ho scoperto l’opera Pasolini. Attraverso lui e la sua straordinaria poesia Le ceneri di Gramsci, ho approfondito il lavoro di Antonio Gramsci, una figura molto importante anche nella nostra Resistenza al regime di Pinochet, durante la dittatura. Pasolini rappresenta il modello di intellettuale che mi interessa: non era solo un regista ma anche scrittore, poeta, giornalista, storico, insomma, un intellettuale che prendeva parte appieno alla vita culturale e politica del suo paese».



Il progetto di Alfredo Jaar, infatti, non parla del Cile in quanto «gli artisti oggi si spostano molto: nascono in un paese, studiano in un altro, lavorano in un altro ancora e viaggiano di continuo. Creano opere che nascono nei luoghi più diversi. Io, ad esempio, sono nato in Cile, ho studiato in Martinica, lavoro a New York e ora ho creato un lavoro sulla Biennale di Venezia».



La sua opera, intitolata Venezia, Venezia, vuole essere un invito poetico a ripensare il modello espositivo, in particolare dei padiglioni nazionali, diventati ormai obsoleti nel mondo globalizzato e transnazionale di oggi. Il lavoro di Jaar si muove sempre su un doppio binario, etico ed estetico, e qui l’artista vuole sottolineare, ancora una volta, come la produzione culturale può effettivamente cambiare il corso della storia.



Il simbolo scelto per significare questo concetto è un’immagine in bianco e nero sospesa su un light box, da dove parte la lettura del progetto. È una foto d’archivio di Lucio Fontana che ritorna dall’Argentina nel 1946 e cammina sulle rovine del suo studio milanese, distrutto dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale. La fotografia di Fontana, per Jaar, incarna un momento in cui l’arte e la cultura hanno avuto la capacità di incidere sul rinnovamento politico e sociale della nazione.



Jaar continua: «Ho scelto questa immagine perché rappresenta un momento chiave nella storia europea, quando l’Italia era stata distrutta fisicamente e moralmente dalla guerra e malgrado ciò in meno di vent’anni un gruppo straordinario di intellettuali riuscirono a cambiare il corso della Storia. Di esempi ce ne sono molti: durante il conflitto, Visconti presenta il film Ossessione, nel 1945 Roberto Rossellini gira Roma città aperta, con la sceneggiatura di Federico Fellini e nel 1948 Vittorio De Sica è il regista di Ladri di biciclette. Ci sono scrittori straordinari: Cesare Pavese scomparso nel 1950, Giuseppe Ungaretti con le poesie quali Il dolore e La terra promessa riunite nella raccolta “Vita di un uomo”. Negli stessi anni Alberto Moravia scrive Il conformista che poi diventerà un film di Bernardo Bertolucci. Intanto cominciano a emergere le figure di Federico Fellini e di Pierpaolo Pasolini alla cui regia dobbiamo film sorprendenti, come Accattone e Mamma Roma mentre sempre di Bertolucci esce Prima della rivoluzione. Questi artisti hanno creato una vera e propria rivoluzione culturale e hanno illuminato la cultura dell’Italia, dell’Europa e del mondo, rimettendo il loro paese al centro della “mappa” mondiale».



Partendo dalla foto di Lucio Fontana, si arriva all’installazione di Jaar attraverso un ponte dove si trova il cuore dell’opera, una vasca metallica di 5 metri x 5 metri, piena d’acqua. «L’idea è di invitare il pubblico a fare un movimento mentale. Camminando sul ponte, si osserva una struttura che contiene acqua dello stesso colore di quella della laguna veneziana. Per tre minuti l’acqua è ferma e non si vede nulla, poi lentamente emerge una replica perfetta – un modellino architettonico in scala 1:60 – dei 28 padiglioni nazionali dei Giardini della Biennale. Questo è un simbolo di possibile rinascita. Il modellino sale su brevemente per poi ridiscendere di nuovo. Su e giù. Questo continuo salire e scendere è un segno di resistenza. La cultura può resistere».



Nello stesso momento che opponiamo resistenza, manifestiamo anche il fatto di “esserci”. Gli intellettuali sono qui e possono creare arte, intesa come costruzione di modelli per ripensare il mondo. Allo stesso modo l’opera di Jaar ci dà un’opportunità di ripensare il modello espositivo della Biennale di Venezia, creato oltre cento anni fa, mentre oggi il mondo è cambiato, e lo sforzo che chiede l’artista è quello dell’utopia. Gli artisti non dovrebbero riprodurre il mondo con le divisioni, confini e separazioni tra le nazioni, ma modelli di nuovi mondi possibili e sostenibili.



«Nel corso dell’esposizione, il mio modellino dei Giardini salirà e scenderà 24,860 volte. Questo stesso numero per me rappresenta le potenzialità delle opportunità di ripensare come possiamo migliorare. Quando non si vede il modellino architettonico, perché immerso, la superficie piatta dell’acqua per me è come una tela bianca, uno schermo dove possiamo proiettare le nostre idee e i nostri pensieri e possiamo immaginare un mondo diverso».


Ultimo aggiornamento: 5 Giugno, 10:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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