Giorgio Ursicino
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di Giorgio Ursicino

Renault, il ceo De Meo: «Con la F1 Alpine sarà una mini Ferrari e una mini Tesla»

Luca De Meo, il nuovo ceo di Renault Group
di Giorgio Ursicino
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Giovedì 25 Marzo 2021, 10:01 - Ultimo aggiornamento: 31 Marzo, 11:55

Domani, in Bahrain, si accenderanno ufficialmente i motori della nuova stagione di Formula 1. Sullo schieramento non ci saranno molta novità, il virus ha trasformato il 2021 in un anno di transizione. L’attesissima svolta epocale, che prevede il ritorno delle monoposto ad effetto suolo e il passaggio dopo decenni dagli pneumatici da 13 pollici a quelli da 18, è stata infatti rimandata di 12 mesi e scatterà solo all’alba del 2022. Qualcosa, però, è cambiato. Non tanto dal punto di vista tecnico, ma sportivo. Dell’approccio e dell’immagine. Forse degli equilibri che si basano sempre sulla partecipazione “convinta” dei grandi costruttori. A breve lascerà la Honda, uno dei motoristi attualmente più competitivi che equipaggia la Red Bull di Max Verstappen. Lo scorso anno erano circolate voci di riflessione anche dell’invincibile Mercedes e della Renault che negli ultimi 40 anni è sempre stata una presenza quasi costante.

La complessa situazione finanziaria e la mazzata del covid potevano ribaltare decisioni prese anche da poco. L’unica presenza certa di un futuro rombante era la Ferrari, la sola squadra che ha partecipato a tutti i Mondiali di F1 e che lo scorso anno al Mugello ha disputato il suo millesimo gran premio. Per il momento, quindi, nessun ritiro eccetto quello del motorista nipponico, ma un’uscita di scena molto soft c’è stata: sulla griglia non vedremo più la presenza della “giallona”, in arte la Regie. La motivazione del passo indietro, in realtà, è un notevole balzo in avanti, una mossa repentina e risoluta voluta dal “giovane” manager italiano che dallo scorso primo luglio guida il Gruppo di Parigi, un impero che va molto oltre il tempio della velocità. Luca de Meo ha posto le basi di una piccola rivoluzione che, statene certi, nel tempo qualche scossone lo porterà.

De Meo ha girato parecchio prima di riapprodare in Renault dove aveva iniziato: Toyota, Lexus, Lancia, Fiat, Alfa Romeo, Volkswagen, Audi, Seat. Un’esperienza vasta, non c’è dubbio. È forse l’unico top manager attualmente al volante ad aver lavorato per i due più grandi costruttori del mondo (Toyota e Volkswagen), tre dei primi quattro (è stato a lungo in quelle che furono le radici di Stellatis, respirando con Sergio Marchionne il profumo della Ferrari). De Meo non è un “aggiustatore”. Gli piace fare cose tutte nuove puntando sulla storia dei vari marchi che conosce nei minimi dettagli. In tutto il suo percorso ad altissimo livello, dove ha avuto la responsabilità anche della produzione e delle fabbriche (cioè l’azienda intera...), ha svettato per due specializzazioni che probabilmente fanno parte del suo dna.

Da una parte il marketing, con una capacità unica di scovare in anticipo cosa i clienti vorranno fra qualche anno, desideri che ora nemmeno loro conoscono. Dall’altra il motorsport, una disciplina diventata una passione alla quale si approccia sempre con rispetto e deferenza. «È il modo più rapido per aumentare la awareness di un brand automotive. E anche il più economico», ripete da anni. Così, è entrato nel Circus con la delicatezza di un uragano, cambiando ancor prima di partire tutto il possibile, partendo quasi da un foglio bianco. Lo scorso anno, in piena pandemia, è andato a tre gran premi «per stare vicino alla squadra», ma anche per toccare di persona i punti che potevano essere migliorati. Poi la promessa di una partecipazione non spot, ma strutturale, a lungo termine.

«No, no. Non mi vedrete spesso sui circuiti, Non ho tempo e non è il mio lavoro. Certo, sono un tifoso». De Meo ha cambiato poche cose, si fa per dire. Via dall’arena la signora Renault, che resta come ombrello protettivo con il suo fascino e la sua storia vincente, anche nelle competizioni. Scende il campo l’Alpine, il marchio sportivo del Gruppo, che verrà rilanciato alla grande, produrrà solo auto elettriche sportive e si occuperà di tutte le competizioni e delle versioni altamente dinamiche dei vari gioielli del Gruppo. Ad Alpine viene data così tanta responsabilità che diventa una delle quattro realtà in cui è diviso il Renault Group, al pari dei marchi Renault (il più grande ed importante) e Dacia. Ha cambiato i colori sociali: via il giallo della Regie, sfoderati il blu, rosso e bianco che ricordano il motorsport francese o sono i colori della bandiera di Parigi.

Ha rovesciato il team come un calzino, assegnando ad altri incarichi i “vecchi” ceo e team principal, schierando un attacco a tre punte nel quale spicca l’altro pezzo tricolore pregiato, quel Davide Brivio capace di vincere il Mondiale MotoGP sia con la Yamaha che con la Suzuki. Uomini tutti scelti da lui e di sua totale fiducia. Per ultimo ha contribuito al ritorno a casa del figliol prodigo, Fernando Alonso, ex osannato ferrarista che ha vinto due Mondiali di F1 proprio con la Renault ed altrettante 24 Ore di Le Mans. E la Renault tenterà con una vettura da “assoluto” il prossimo agosto l’assalto alla maratona francese.

De Meo ha mantenuto l’impegno nelle competizioni, anzi l’ha rafforzato. Un bel coraggio vista la situazione generale.

«Non la vedo così, le corse sono un’opportunità. È vero quando sono arrivato a Parigi diverse persone mi hanno consigliato il ritiro. Il momento non è facile e lo sport dicono che sia un’attività della quale si può fare a meno. Si pensa che la F1 sia la disciplina più lontana da quella principale di un costruttore. Potrebbe essere quasi disconnessa. La mia visione, invece, è diversa. Non sarà certo io ha fermare una storia di successo lunga 44 anni. Chi lavora per il nostro team può stare tranquillo, la cosa importante da fare è tornare competitivi ai massimi livelli e trasformare anche questa attività in un business».

Che altro dicevano i “consiglieri”?

«C’era una corrente che sosteneva la chiusura della fabbrica di Dieppe, lo stop della produzione della A110, addirittura il “ritiro” del marchio Alpine».

A lei cosa fa pensare che questi tagli siano sbagliati?

«La F1 è la competizione per eccellenza, non c’è nulla di più sfidante e sofisticato. Un impegno in questo campo è la garanzia di avere centinaia di ingegneri bravissimi. Poi c’era Renault Sport, anche qui tecnici di primo piano che facevano un lavoro molto valido senza una direzione precisa».

Come si conciliano la F1 con la sfida di Alpine?

«Questo marchio ha una sua storia importante, ma non deve essere troppo nostalgico. Abbiamo deciso che il brand deve guardare al futuro, produrrà solo vetture elettriche su una piattaforma avanzata. Auto capaci di dare una forte emozione: questo è possibile. Sotto questo aspetto l’integrazione con la F1 può dare grandi vantaggi. La F1 è una straordinaria piattaforma di marketing, impossibile dare tanto risalto ad un brand sportivo investendo in altro modo. Abbiamo l’obiettivo di essere fra una mini Ferrari e una mini Tesla. Se riusciamo a far questo creiamo valore, anche per i mercati finanziari. Possiamo trasformare i potenziali costi che si volevano eliminare in valore. Questa è la storia».

Un’attività che può generare profitti?

«Questo è il target. La F1 è al centro del progetto Alpine che nel 2025 raggiungerà il pareggio, compresa la partecipazione alla F1 che non dovrà più essere un costo. Questa business unit sarà guidata da Laurent Rossi, un ingegnere di cui ho totale fiducia e che viene da un settore diverso. Alpine, come le altre tre divisioni di Renault, dovrà produrre utili».

Sembra molto fiducioso.

«Durante la mia carriera sono stato in molti marchi che avevano a che fare con lo sport: l’Abarth, l’Audi, la Cupra. Ebbene ho l’impressione che non ho mai visto degli ingredienti così completi per realizzare un buon piatto: ho il team di F1. un brand storico sul quale si può lavorare, una fabbrica e 400 ingegneri al top».

Adesso a capo di Liberty Media c’è Stefano Domenicali, una persona che lei conosce molto bene. Si può migliorare la F1?

«È stato fatto molto, è importante aver introdotto il budget cup. È un punto di partenza, si può migliorare. L’organizzazione ha lavorato bene nel marketing, sulla digitalizzazione e sui social media. La cosa interessante è che la scorsa stagione i telespettatori sono andati bene e i più giovani si stanno interessando di nuovo alla F1. Quando si parlerà di nuove regole per il 2025 o oltre bisognerà fare attenzione che il Circus resti sempre un laboratorio e un banco di ricerca, è fondamentale che rimanga un riferimento e un’icona da questo punto di vista».

Da molti anni domina sempre la stessa squadra. Cambierà qualcosa?

«L’aspetto necessario è che la lotta sia ravvicinata e che ci sia spettacolo. Certo, in linea generale non è un bene che un team domini troppo a lungo e che una monoposto vinca con un giro di vantaggio. Mi sembra però che stiamo andando nella direzione giusta, secondo me la lotta diventerà più ravvicinata».

C’è un nuovo interesse per la Formula E? Le Alpine saranno solo elettriche.

«No. La F1 è la piattaforma regina, questa è la nostra scelta, qui concentreremo le nostre risorse, qui ci sono centinaia di milioni di appassionati. Può esserci un impegno parziale in altre categorie se un partner ci chiede un supporto come a Le Mans. La nostra sfida è e resta la F1».

Alpine sarà un brand globale?

«Non c’è alcuna ragione perché non lo sia. Almeno questa è la nostra ambizione. Alpine dovrà essere una restart up. Siamo già ripartiti nel 2017, ma con un’operazione un po’ nostalgica, adesso guardiamo al futuro e crediamo ancor più nella F1 che è presente con successo in tutti i continenti».

Perché ha ridisegnato tutta la struttura del team, non crede che la stabilità sia un valore? Finora non avevano fatto male.

«Certo, avevano lavorato bene, ottenuto dei podi. E poi la stabilità può essere un valore. Ci siamo mossi in questo modo perché vogliamo scrive una nuova storia e servivano i profili più adatti. La nostra non sarà una storia solo di sport, ma deve esserlo anche di business, il team è solo una parte. Laurent credo sia molto adatto a questa sfida. Dobbiamo avere lo stesso rapporto che alla Ferrari c’è fra la produzione di serie e la Gestione Sportiva. Provate a immaginare Maranello senza una delle due ».

Puntate al 2022? Anche voi considerate questa stagione di transizione?

«Il prossimo anno cambieranno tutte le regole, è un’occasione che tutti vogliamo sfruttare. Ora, però, non staremo a guardare, dobbiamo cercare di migliorare gara dopo gara, non c’è da aspettare. Il confronto è anche con noi stessi. Poi in squadra abbiamo Alonso, un grande campione, uno che spinge sempre e motiva la squadra».

Mandare avanti Alpine, può essere un problema per il brand Renault?

«Non credo, Renault ha bisogno di altre cose. Nei paesi dove è commercializzata non ha necessità di notorietà, la conoscono tutti. La cosa che serve è fare i prodotti giusti con margini adeguati, interessanti. Credete che Renault sia fra i dieci marchi più noti per sportività? Sicuramente no, eppure è 44 anni che è il F1 con ottimi risultati».

Sergio Marchionne gli ha mai proposto di andare in Ferrari?

«Ho lasciato il gruppo Fiat nel 2009. No, c'era un altro scenario, altre le priorità».

Perché la scelta di Davide Brivio?

«Lo conosco, so quello che può fare. Sa vincere, nelle moto ha vinto molto e questo è importante. Fra le competizioni al massimo livello nelle due e le quattro ruote ci sono molti punti in comune e Davide è certamente molto esperto, anche nella gestione dei piloti. Avrà la responsabilità di gestire le attività in pista e credo che possa farlo molto bene. Lavorerà insieme a Laurent che è il capo di Alpine e Marcin Budkowski che invece è nella sede britannica del team. Estone in Inghilterra e Viry Chatillon, in Francia, dove produciamo le powerunit devono procedere all’unisono. Dobbiamo rafforzare il collegamento fra le tre realtà: motorizzazione, macchina e pista».

A proposito di motori, può essere un handicap equipaggiare solo la squadra ufficiale? Sia per i costi, sia per le informazioni indispensabili per lo sviluppo. I team satellite sono un’ottima opportunità per far crescere i giovani piloti e fanno crescere il peso “politico”.

«Per quanto riguarda questo aspetto ne dovremo parlare con Laurent Rossi, è lui che dovrà occuparsi del business e di eventuali partner. Per quanto riguarda il supporto finanziario, invece, ho l’impressione che l’attuale regolamento non consenta di fare grossi business».

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