Legge "L'Aquila capoluogo", per la Consulta è solo un proclama: corsa a non perdere i fondi

Legge "L'Aquila capoluogo", per la Consulta è solo un proclama: corsa a non perdere i fondi
di Stefano Dascoli
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Giovedì 31 Ottobre 2019, 17:10

L'AQUILA - Era marzo 2014 quando Luciano D’Alfonso, nell’imminenza del voto per le regionali, rispolverò un vecchio pallino, quello di una legge ad hoc per riempire di contenuti (e risorse) lo status di capoluogo per L’Aquila, anche in conseguenza dei fatti del terremoto.

Oggi, dopo oltre cinque anni, la Corte Costituzionale ha stabilito, con una sentenza destinata a fare scuola, che l’unica traduzione normativa di quegli intenti, la legge regionale 28 del 2018, approvata solo in chiusura di legislatura e solo sull’onda del progetto della “Grande Pescara” – in una sorta di bizzarra “compensazione” – è carta straccia, mancando delle adeguate coperture finanziarie. Di più: la Consulta ne ha fatto un caso di cattive pratiche in politica, sostenendo che «esprime una mera ipotesi politica, la cui fattibilità giuridica ed economico - finanziaria non è supportata neppure da una schematica relazione tecnica».

La legge, come detto, è caduta per violazione del principio della necessaria copertura finanziaria, sancito dall’articolo 81 della Costituzione. «Si tratta di una rigorosa pronuncia – dice una nota della Corte Costituzionale - che intende porre fine alla pratica di interventi legislativi privi dei presupposti costituzionali e delle risorse necessarie per fronteggiare gli interventi in essi contenuti». La Consulta ha affermato che il principio della copertura «trova una delle principali ragioni proprio nell’esigenza di evitare leggi-proclama sul futuro, del tutto carenti di soluzioni attendibili e quindi inidonee al controllo democratico ex ante ed ex post degli elettori. Si tratta di una precisazione che si ricollega al principio di rappresentanza democratica, posto a garanzia del cittadino».

La legge fu varata a fine legislatura. Prevedeva la costituzione di una “Conferenza per la città capoluogo” come organo di raccordo, e un generico riferimento a investimenti strategici, prevedendo uno stanziamento, a partire dal 2019 e fino al 2020, di 785 mila euro annui. Già il Consiglio dei ministri aveva impugnato la norma, proprio per le coperture. La Regione risposte parlando di «mero errore materiale», con le coperture rinviate alla legge di bilancio 2019-2021.

E così oggi la politica si sbraccia. Il centrodestra affonda sul Pd, parlando, come hanno fatto Luigi D’Eramo (Lega) e Roberto Santangelo, di «bluff», di «presa in giro», di «affronto ai cittadini», di «legge spot» e «scatola vuota». Uno dei fautori, l’ex consigliere regionale dem Pierpaolo Pietrucci, ieri ha detto senza mezzi termini che la legge «è stata ostacolata nei modi più beceri visto che l’ho presentata nel 2014 ed è stata approvata solo nel 2019» e che il problema della copertura è stato generato dalla transizione elettorale. Su questo punta il leader abruzzese di Italia Viva, Camillo D’Alessandro: «Se si fosse data copertura finanziaria oggi l’ordinamento regionale avrebbe la sua legge. Ora il centrodestra dica che vuole fare». Il più costruttivo è stato il sindaco Pierluigi Biondi: «Quella disposizione era evidentemente scritta male, forse con scopi propagandistici e funzionali alle elezioni regionali del febbraio scorso. Esistono, però, spazi di manovra per recuperare le somme».

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