Pd, il Nazareno post Matteo ora punta su Gentiloni

Doveva essere la riunione di direzione su Renzi sì, Renzi no, e invece rischia di trasformarsi in un referendum su Di Maio sì, Di Maio no. Ci ha pensato Matteo Renzi, forse nella sua ultima uscita da leader del Pd, a incanalare il dibattito in questo vicolo: «Chi vuole appoggiare un governo dei Cinquestelle lo dica chiaro in direzione», ha intimato. Ma dalle parti dem non hanno abboccato, e dopo un iniziale sbandamento, condito con sospetti di trame e trattative sottobanco con gli odiati grillini, capita l'antifona, è stato Andrea Orlando a stoppare sul nascere il referendum sul M5S: «Il 90 per cento del partito è contrario a una intesa con i cinquestelle, chiuso. Chi ha sollevato il tema, lo ha fatto per evitare la discussione vera che dobbiamo fare sulla pesante sconfitta elettorale».

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NUOVA FASE
Il M5S come arma di distrazione di massa per non far discutere su Renzi? Non andrà così, quasi sicuramente. Nel Pd ormai si vive in fase post renziana. Ma intanto c'è la questione più urgente del sostegno o meno al tentativo di Di Maio (o chi per lui). I favorevoli si contano sulle dita di una mano: Michele Emiliano, l'antesignano, che quando si insediò al governo della Puglia propose addirittura tre assessorati ai Cinquestelle ricevendone pernacchie; ultimamente si è aggiunto Sergio Chiamparino, governatore piemontese, che non considera la cosa «un tabù», anzi, informa, «con la sindaca Appendino dialogo senza problemi». C'è poi tutto un settore diciamo di sinistra del Pd, guidato dai Cuperlo e dai veltroniani come Walter Verini, che spiegano, argomentano che non puoi fare la contrapposizione frontale al M5S «dove ci sono tanti nostri elettori», bisognerebbe piuttosto «svuotarli dall'interno, andando a vedere le loro carte, non contrapponendosi pregiudizialmente». Un classico del veltronismo: dove c'è un avversario ostico, l'arma migliore è andare a vedere, non giocare al buio.

In posizione a suo modo originale sta Ugo Sposetti, l'ex tesoriere dei Ds, che a domanda neanche fa finire e butta lì: «E che siamo, il Pri?», nel senso che una forza piccola ma autorevole come i repubblicani potevano permettersi di discettare se appoggiare questo o quello, «ma noi siamo il Pd, dobbiamo puntare a recuperare miloni di voti che la sciagurata gestione renziana ci ha fatto dilapidare». Sposetti è iscritto d'ufficio all'albo degli anti renziani con l'elmetto: «Dobbiamo istruire un processo a Renzi e alla sua cricca, come quello di Pasolini alla Dc», poi tocca i tasti della retorica: «Ma vi rendete conto che il M5S ha preso la percentuale di voti che aveva il mitico Pci di Berlinguer?».

Resta da indicare i contrari al 90 per cento a un accordo con Giggino o Presidente: oltre al ministro Carlo Calenda, che nel suo tweet giornaliero ha voluto simpaticamente far sapere che «se il Pd fa un accordo con il M5S la mia sarà stata l'iscrizione al partito più breve della storia», visto che il ministro si era iscritto in mattinata, con tanto di foto abbracciato al ministro Martina. Dietro al capofila dei noGril, seguono tutti i nomi che contano nel Pd: Renzi, Orlando, Martina, Rosato, Gentiloni, Franceschini, Minniti. Un referendum tra gli iscritti, come ha fatto la Spd in Germania per decidere sull'alleanza con la Merkel? «Non ce n'è bisogno, il partito si è ormai pronunciato in netta maggioranza», chiosa Orlando che sembra parlare da leader in pectore.

LE ALTRE OPZIONI
In subordine, ma potrebbe ben presto diventare l'opzione principale, gira da qualche giorno la voce che il Pd potrebbe piuttosto favorire la nascita di un governo di centrodestra non a guida Salvini, un'ipotesi che verrebbe auspicata, al momento sotto traccia, dai capigruppo uscenti Rosato e Zanda, dall'ex vice Guerini e da qualcun altro. Ma l'ipotesi principale, gratta gratta, è una terza: lavorare per un governo tra M5S e Lega, in modo da favorire una spaccatura dentro il centrodestra, con il Pd pronto a dialogare e ad accogliere quella parte moderata che non vuole sentir parlare di grillini, e dentro FI ce ne sono parecchi. Sicché quando si sente un Rosato andare in tv e dichiarare «è giusto che il governo lo facciano quelli che hanno vinto le elezioni», la traduzione politica è proprio questa.

I RAPPORTI DI FORZA
Ha ancora forze, uomini, personalità, maggioranza in direzione, Matteo Renzi? A giudicare dai pronunciamenti, espliciti o sotto traccia, non più. La direzione dovrebbe marcare l'inizio del post renzismo. Con il leader dimissionario a metà sono rimasti i fedelissimi: Lotti, Boschi, Bonifazi, Parrini, Guerini, Anzaldi. Alcuni ex fedeli sono in fase di distacco, e questo conta molto ai fini di una messa in mora, significa che la maggioranza viene meno: si tratta di Delrio, Richetti, i governatori della Campania De Luca, dell'Emila Bonaccini, del Lazio Zingaretti, e poi Serracchiani, Fiano, Orfini, quest'ultimo nei panni del pontiere per trovare una onorevole via d'uscita. Le file dei contrari si vanno affollando: Gentiloni, Zanda, Martina, Orlando, Emiliano, Franceschini, Minniti, Cuperlo. Orlando ha riunito la corrente nel primo pomeriggio alla Camera, al termine Cesare Damiano ha dettato le condizioni della resa: «La dimostrazione che Renzi si è dimesso davvero e non per finta, è che la delegazione che andrà al Quirinale sia senza di lui, ci vadano solo i capigruppo». Laddove è sottinteso che neanche i capigruppo dovranno essere renziani... Ma questa è tutt'altra partita che si aprirà quanto prima.

Si va a una reggenza affidata all'attuale vice Martina. Poi, si aprirà la fase che dovrà portare al nuovo leader. In pole position sta Paolo Gentiloni, molto ben visto dentro il partito, con un buon successo nel suo collegio romano, una sua fitta rete di supporter, un'esperienza di governo da vantare, un'esperienza politica ormai più che trentennale alle spalle. Si fanno anche i nomi di Zingaretti e di Orlando, ma rispetto alla pole gentiloniana appaiono partire in terza se non quarta fila.

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