PAPA FRANCESCO

Caso Becciu, Papa Francesco era a conoscenza dei bonifici alla Marogna per liberare la suora rapita dai jihadisti

Mercoledì 21 Ottobre 2020 di Franca Giansoldati
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Caso Becciu, Papa Francesco era a conoscenza dei bonifici alla Marogna per liberare la suora rapita dai jihadisti

Città del Vaticano – E' l'ultimo colpo di scena. Il Papa sarebbe stato a conoscenza dei misteriosi bonifici disposti a Cecilia Marogna dalla Segreteria di Stato e destinati a far liberare la suora colombiana rapita in Mali da estremisti islamici tre anni fa. Francesco dunque era al corrente dell'operazione in corso e aveva disposto personalmente che rimanesse classificata come 'top secret', per non divulgare la disponibilità del Vaticano a pagare riscatti per i religiosi rapiti. Evidentemente si trattava di una precauzione necessaria al fine di non mettere in pericolo tutti quei missionari che operano in zone altamente a rischio, in Africa come in Medio Oriente. Quel denaro doveva servire per questo scopo e non tanto per pagare i testimoni del processo australiano al cardinale Pell, come era stato inizialmente insinuato.

E' lo spaccato che emerge nelle tredici pagine della richiesta di convalida dell'arresto a fini estradizionali di Cecilia Marogna fatta pervenire al ministro della Giustizia italiano, Alfonso Bonafede, dagli inquirenti vaticani.

Nel documento diffuso dalla Adnkronos sono anche elencate le ragioni per cui la donna deve restare in carcere (per poi essere estradata in Vaticano). La 39enne cagliaritana è ormai nota come la Mata Hari del Vaticano per il legame fiduciario che la legava all'ex Sostituto alla Segreteria di Stato, il cardinale Angelo Becciu, defenestrato dal Papa per la gestione dei fondi riservati. 

Nel documento la magistratura d'Oltretevere ricostruisce passo dopo passo  il caso che sta facendo tremare le mura leonine, già messe a dura prova dallo scandalo dell'acquisto del palazzo di Sloane Avenue a Londra.

Peculato e appropriazione indebita aggravata sono i reati di cui è accusata la Marogna. In pratica gli inquirenti vaticani contestano alla manager sarda, nella qualità di amministratrice della Logsic Doo, società con sede in Slovenia  di essersi appropriata di 575mila euro «che le erano stati affidati in ragione delle sue funzioni utilizzandoli per acquisti voluttuari incompatibili con le finalità impresse dalla Segreteria di Stato all’atto dell’affidamento stesso» e di aver agito «con più atti esecutivi della medesima risoluzione» e «in concorso con persone allo stato ignote».

Dalla visura camerale è emerso che la Logsic Doo avrebbe dovuto svolgere attività di assistenza sociale non residenziale mentre dall’analisi degli estratti conto della società risulta che le spese sostenute dalla Marogna «non avevano alcuna attinenza con le dette finalità assistenziali e umanitarie».  Risultano, infatti, 120 pagamenti tra negozi come Prada, Tod’S, Hogan, Missoni, La Rinascente, Montblanc, Louis Vuitton, Maxmara, Poltronesofa, Auchan, alberghi prestigiosi (come l’Hotel Bagni nuovi di Bormio e l'Hotel Cervo in Costa Smeralda), ristoranti di lusso e, sottolineano gli inquirenti, «ulteriori approfondimenti sono in corso».

I magistrati hanno analizzato le conversazioni via Whatsapp tra il cardinale Angelo Becciu e monsignor Alberto Perlasca, all'epoca Capo dell'Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato vaticana. 

In particolare, il 20 dicembre del 2018 Becciu (che già non era più Sostituto della Segreteria di Stato) scrive a Perlasca di inviare i soldi alla Marogna, incaricata di mediare per il Vaticano per la liberazione di una suora colombiana rapita, e di farlo suddividendo la somma in diverse tranche. «Ti ricordi questione suora colombiana? Pare che qualcosa si muova e il mediatore deve aver subito a disposizione i soldi - scrive Becciu - Li inviamo però a diverse tranche sul conto che più sotto ti indicherò. Primo bonifico: 75.000 euro intestato a 'Logsic doo'. Causale: 'voluntary contribution for a humanitarian mission'».

In un successivo messaggio, Becciu ribadisce a monsignor Perlasca la finalità che il fondo avrebbe dovuto assolvere, cioè la liberazione della suora colombiana, alludendo «anche al fatto - sottolineano gli inquirenti - che lo stesso trasferimento fosse stato preceduto dall’autorizzazione della superiore Autorità Sovrana», ossia il Papa: «Ti ricordo che ne ho riparlato con il Santo Padre e vuole mantenere le disposizioni già date e in gran segreto». Messaggio al quale, peraltro, Mons. Perlasca risponde «ok per suora» lasciando intendere di essere a conoscenza della vicenda.

Questo porta gli inquirenti a concludere, «con una certezza che esclude ogni possibile ragionevole dubbio, che la Segreteria di Stato aveva versato alla Logsic doo, affidandole alla signora Cecilia Marogna, somme per finalità istituzionali».

A spingere gli inquirenti a contestare il peculato, oltre all'appropriazione indebita aggravata, a Marogna, la convinzione che la manager sarda «agì da pubblico ufficiale». In particolare, nella richiesta i magistrati della Santa Sede spiegano che «nell’ordinamento vaticano non esiste la differenza - presente invece nell’ordinamento italiano - tra incaricato di pubblico servizio e pubblico ufficiale» e che «qualsiasi persona titolare di un mandato amministrativo (oltre che legislativo o giudiziario) nello Stato, sia esso nominativo o elettivo, a titolo permanente o temporaneo, remunerato o gratuito, ed a prescindere dalla sua collocazione nell’ambito della organizzazione gerarchica, assume la qualifica di pubblico ufficiale».

La Marogna, scrivono i magistrati vaticani, «avrebbe dovuto collaborare ad una operazione delicatissima e di grande importanza, vale a dire contribuire alla liberazione di una suora colombiana, missionaria in Mali e rapita dalla città di Karangasso provincia di Bamako nel febbraio 2017, che certamente può essere considerata di natura pubblica e rientrante nella nozione di mandato amministrativo temporaneo».

Infine, gli inquirenti, a comprova delle loro deduzioni sul mandato pubblico della Marogna, ricordano nelle carte inviate a Bonafede la Lettera Apostolica 11 luglio 2013 «in forma di Motu Proprio del Sommo Pontefice (fonte normativa vincolante) a norma del quale ogni persona titolare di un mandato amministrativo nella Santa Sede, a titolo permanente o temporaneo, remunerato o gratuito, qualunque sia il suo livello gerarchico, è pubblico ufficiale».

 

Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre, 15:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA