Huawei, Richard Yu: «Produrremo un cellulare pieghevole e degli occhiali con intelligenza artificiale»

di Andrea Andrei
dal nostro inviato

SHANGHAI - «Vedete qui? Quando io ero un ragazzo, negli anni '80, era tutta campagna». La finestra della sala riunioni affaccia in un enorme spiazzo con vasche simmetriche, strette e lunghe, che percorrono il profilo di un edificio lunghissimo. Chengdong Yu, Richard Yu per gli occidentali, è il ceo di Huawei, colosso cinese della tecnologia. È un signore sulla cinquantina con uno sguardo che lascia trasparire un entusiasmo infantile ma con un'aria molto più saggia di un uomo della sua età. Sarà per il modo in cui sorride: lo fa spesso, com'è d'uso fra gli orientali, ma lo fa in una maniera che lascia trasparire una cordialità vera, non di facciata. «Il nostro era un Paese rurale, chiuso verso l'esterno. Un posto terribile, dove i bambini vivevano e morivano nella povertà. Poi nel giro di trent'anni è cambiato tutto». Yu indica fuori, quella struttura lunga un chilometro che è la sede di Huawei a Shanghai: ci lavorano 10 mila dipendenti, tutti ingegneri e ricercatori, tutti con meno di quarant'anni. Ed è la succursale: nella sede centrale, a Shenzen, di persone ce ne sono 45 mila. Praticamente la popolazione di una cittadina italiana. «È importante circondarsi dei migliori, com'è importante avere una strategia – sottolinea Yu – e poi naturalmente servono investimenti».
 
 

Gli investimenti Huawei, azienda che di recente ha superato Apple nella vendita di smartphone (è seconda al mondo dopo Samsung) ma il cui business principale resta quello delle infrastrutture (oltre il 30% delle reti mondiali sono di sua produzione), ora li sta dedicando soprattutto allo sviluppo di due tecnologie, il cui nome qui viene da tutti ripetuto come un mantra: 5G e intelligenza artificiale. «Sono il futuro», afferma convinto Yu. Sono due tecnologie collegate: il 5G, la trasmissione dati che riesce quasi ad annullare la latenza (il tempo che intercorre tra l'invio di un segnale e la sua ricezione), è indispensabile per far funzionare l'intelligenza artificiale. E quest’ultima, Huawei l'ha messa in un processore, il Kirin 970, che ha montato sull'ultimo modello del suo smartphone top di gamma, Mate 10 Pro. Ma il fulcro di tutto resta proprio quel chip. «Quando ne ho capito le potenzialità ho avuto l'impressione di avere davanti qualcosa in grado di cambiare il mondo – si appassiona Yu – Ad oggi lo smartphone è il dispositivo più importante per le persone, serve per fare qualsiasi cosa. Ma la tecnologia avanza più rapidamente dell'essere umano, e noi ci stiamo preparando a quello che verrà dopo».

E cosa verrà dopo? «Un'intelligenza artificiale talmente evoluta da poter davvero pensare come gli esseri umani – risponde – Una tecnologia che fra le altre cose sarà in grado di osservare un oggetto tramite dei sensori e di riconoscere di cosa si tratti. Ad esempio, inquadrando un monumento con la fotocamera dello smartphone, non solo capirà di quale monumento si tratta, ma potrà darne anche informazioni sulla storia». Ma non è a questa “semplice” funzione che fa riferimento Yu. «Un processore simile si potrà implementare sui dispositivi più diversi – continua infatti il ceo – compreso l'uomo stesso, impiantandolo nel corpo». Agli occhi sgranati di chi gli sta davanti, Yu risponde con una calma serafica e il solito sorriso: «Qui in Cina le persone si adattano più rapidamente alle innovazioni. Comunque per ora stiamo pensando a dei device indossabili. Produrremo degli occhiali, una sorta di visore, per unire intelligenza artificiale e realtà aumentata». In attesa che, ovviamente, i visori non vengano sostituiti dagli occhi delle persone.

Nel frattempo, Yu conferma che Huawei lancerà nel 2018 uno smartphone con un display pieghevole che «si aprirà come un foglio e trasformerà all'occorrenza il cellulare in un tablet». Un progetto su cui starebbe lavorando anche Apple, che negli ultimi giorni sarebbe riuscita ad ottenerne il brevetto. E poi, nel 2019, l’azienda cinese produrrà un cellulare in grado di supportare il 5G. «Puntiamo a creare un ecosistema», non nasconde Yu, che di ecosistemi se ne intende: fu sua l’intuizione di mettere 2G, 3G e 4G nello stesso ripetitore. Ma niente a che vedere con il modello di Cupertino: «L’ecosistema deve essere aperto: le aziende devono collaborare per offrire la migliore soluzione agli utenti. Le persone restano al centro di tutto». Come a dire: se non sono le persone ad andare dalla tecnologia, sarà la tecnologia ad andare da loro.

andrea.andrei@ilmessaggero.it
Twitter: @andreaandrei_
Martedì 12 Dicembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 14-12-2017 08:55

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