Da Bruxelles all'11 settembre, quando i terroristi sono fratelli

Giovedì 24 Marzo 2016 di Francesca Pierantozzi

 Djokhar e Tamerlan, Salah e Brahim, Said e Cherif, Karim e Foued, Mohammed e Kader, prima c'erano stati Hamza e Ahmed, sul volo United 175, Waleed e Wail, sull'American Airline 11, Nawaf e Hazmi sull'American Airlines 77, e poi gli ultimi, lunedì a Bruxelles, Ibrahim e Khalid, uno all'aeroporto l'altro nella metro, tutti terroristi, tutti fratelli. Perché la jihad è anche un affare di famiglia, un'idea rubata per strada, in moschea, su internet, che poi si coltiva a casa, magari in camera, di nascosto. Il fenomeno non è nuovo, ma si conferma a ogni attentato, a ogni nuovo commando: i kamikaze hanno spesso lo stesso cognome, prima della jihad, della Siria o del martirio, hanno condiviso i giochi, le liti, i genitori.
Lo psichiatra e ex agente della Cia Marc Sageman ci scrisse un libro già nel 2003. C'era stato il commando dell'11 settembre 2001: sui diciannove terroristi kamikaze sugli aerei, tre coppie di fratelli. E poi l'attentato a Bali del 2002: a organizzare il massacro di 202 persone erano stati tre fratelli, Ali Imron, Amrozi Nurhasyim e Ali Ghufron. «È un fenomeno naturale - ha spiegato ieri Sageman all'agenzia France Presse -. L'identità sociale si sviluppa in principio parlando con chi ci sta vicino, e chi ci sta più vicino sono innanzitutto i fratelli e gli amici d'infanzia». La circostanza è confermata anche dal censimento degli aspiranti jihadisti che partono ad addestrarsi in Siria: un quarto sono fratelli. È qui, nel cerchio familiare, che la radicalizzazione diventa progetto: «S'inventano un'identità di difensori di un islam aggredito, di donne e bambini uccisi nei bombardamenti aerei. Si radicalizzano, si confortano gli uni con gli altri».
Proibito naturalmente generalizzare, non esiste il jihadista modello: sociologi, politici e esperti vari ci hanno rinunciato, troppe volte sono stati smentiti dai fatti, dal kamikaze di buona famiglia, figlio di genitori amorevoli, bravo a scuola, pieno di amici, non psicopatico, magari pure figlio unico. Ma c'è un dato statistico. I fratelli Tsanaev dell'attentato alla maratona di Boston, i Merah di Tolosa, Mohamed ha ammazzato 7 persone, Kader è in carcere per complicità, i Kouachi a Charlie Hebdo, gli Abdeslam e il 13 novembre: Brahim si è fatto esplodere sul boulevard Voltaire, Salah si è tirato indietro all'ultimo, dice. Gli Aggad: Karim Mohamed è detenuto a Fleury-Mérogis da un anno, da quando è tornato dalla Siria, suo fratello Foued si è fatto esplodere il 13 novembre dopo avere fatto strage al Bataclan.
 
CRISI DI SCHIZOFRENIA
E poi i fratelli El Bakraoui, l'altro ieri a Bruxelles. Dicono che Mohamed Aggad sia devastato, con gravi crisi di schizofrenia, quando ha saputo della morte del fratello. E Salah, che in 4 mesi di fuga non aveva fatto un passo falso, non ha resistito a chiedere a un amico di filmare il funerale del fratello Brahim giovedì 17 marzo. Un «cedimento» che avrebbe contribuito a mettere la polizia sulle sue tracce: il giorno dopo è stato arrestato. C'è l'interpretazione psicologica, su un retroterra che spesso è fatto di famiglie difficili, con padri assenti o violenti. «Questi fratelli si creano un forte universo comune, fanno famiglia in modo diverso. E la cosa si può estendere al cerchio di amici intimi. Capita spesso che il migliore amico sposi religiosamente la sorella dell'altro. Questo crea cellule molto omogenee dal punto di vista psichico e affettivo» spiega Patrick Amoyel, che lavora per un'associazione di de-radicalizzazione di giovani. Una psicologia che evidentemente ha afferrato anche l'Isis, visto che i reclutatori in Europa prediligono arruolare fratelli, due (o anche tre) jihadisti, al prezzo di uno solo da convincere. «È il modo classico di reclutamento sulle reti jihadiste - conferma l'esperto belga Rik Coolsaet - la parentela e l'amicizia pesano più della religione». Spesso tra due fratelli, è il più giovane, in cerca di affermazione, a trascinare il maggiore: Chérif era più piccolo di Said, Salah il fratellino di Brahim. Anche Abdelmaid Abaaoud avrebbe voluto fare la guerra santa col fratellino: aveva 13 anni quando lo ha portato in Siria. «Il più giovane jihadista del mondo» si vantarono. Ma il padre è riuscito a riportarselo a casa.
  Ultimo aggiornamento: 25 Marzo, 09:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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