Alessandro Campi
Alessandro Campi

Linee guida Ue/Vietano le parole e non fermano i comportamenti

di Alessandro Campi
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Martedì 30 Novembre 2021, 00:24 - Ultimo aggiornamento: 1 Dicembre, 00:53

C’è un modo di includere escludendo che, a quanto pare, è esattamente quello scelto dall’Unione europea in ossequio all’ultima delle ideologie (pericolosa e letale come tutte quelle che l’hanno preceduta): l’igienismo etico-linguistico inteso come metamorfosi estrema del progressismo politico.


Modo contraddittorio e bizzarro, contrario al buon senso: invece di aggiungere, si toglie. La diversità (culturale, religiosa) dovrebbe essere considerata una ricchezza da esibire: sembra invece divenuta la principale fonte di conflitti e divisioni, una minaccia da neutralizzare attraverso un’illuminata pedagogia che, partendo dal buon uso delle parole, punta a creare una società finalmente armonica e giusta. Obiettivo encomiabile, già perseguito in passato anche se con il prezzo in vite umane che spesso abbiamo visto.


E dunque ecco l’invito – d’un paternalismo che puzza di autoritarismo lontano un miglio – a limitare, uniformare, neutralizzare, cancellare, nascondere, edulcorare, revisionare o semplicemente abolire parole, frasi, concetti, nomi, espressioni, riferimenti che in sé – soprattutto se utilizzati in contesti formali e ufficiali – debbono ritenersi potenzialmente offensivi o, ancora peggio, discriminatori di intere categorie.
Le lingue sono nate storicamente dall’uso che se ne è fatto a livello popolare, salvo poi essere codificate, ma mantenendo sempre una loro vitale informalità. Si vorrebbe ora costruirle dall’alto secondo rigidi criteri d’opportunità sociale e di profilassi culturale: era la regola nei regimi totalitari, per le democrazie si tratta d’una novità preoccupante.


I populisti stanno godendo come pazzi nel leggere le linee guida sulla comunicazione redatte e diffuse in questi giorni dalla Commissione europea sotto l’ambizioso titolo “Union of Equality”: benzina a buon prezzo per la loro propaganda incendiaria. Vi si trovano consigli pratici che vanno dall’evitare riferimenti alla nascita di Gesù durante le festività che celebrano la nascita di Gesù (cosa in effetti non facile, la via maestra sarebbe eliminare la ricorrenza) al non utilizzare nomi propri riferibili ad un particolare credo religioso (immaginatevi il mio divertimento mentre scrivo avendo un fratello che, giuro, si chiama Natale ed è nato il 25 dicembre e che, volendo estendere in ogni ambito sociale le indicazioni del documento, dovrebbe d’ora in poi firmarsi N. Campi per non urtare la suscettibilità del prossimo).


L’idea alla base di quest’ennesimo maldestro parto politico-burocratico è che «ogni persona in Ue ha il diritto di essere trattato in maniera eguale» senza riferimenti di «genere, etnia, razza, religione, disabilità e orientamento sessuale». Ma è un’idea tanto generosa negli obiettivi quanto sbagliata nelle premesse e perniciosa nei risultati. Trattare le persone senza riferimenti al genere, all’etnia, alla religione o all’orientamento sessuale, infatti, non vuole dire trattarle «in maniera eguale».


Significa renderle forzatamente eguali e intercambiabili togliendo loro ciò che le definisce e le caratterizza sul piano dell’identità soggettiva e della riconoscibilità sociale. E non essere socialmente riconosciuti per ciò che si è – ovvero per ciò che si ritiene di essere – è, insegnava già quel deprecabile maschilista di Hegel, la prima e più distruttiva fonte di frustrazione prima individuale poi collettiva.


Viene poi da chiedersi quale senso logico abbia assimilare il giusto rispetto, in primis sul piano verbale, verso le persone che non sono disabili, bensì hanno una disabilità (giusto, corretto quanto si legge in proposito nel documento), con l’appartenenza ad una specifica tradizione religiosa per come può ricavarsi, peraltro in modo del tutto arbitrario, da un nome proprio. Io possono anche chiamarmi Matteo, Marco, Luca o Giovanni essendo però perfettamente ateo e dunque perché discriminarmi in quanto oggettivamente cristiano a causa di un nome che verosimilmente non ho scelto?
Siamo poi sicuri che tanta premura nel segno dell’inclusività incontri davvero un’esigenza sociale diffusa? Nascondere i riferimenti al Natale dei cristiani è un atto di riguardo nei confronti degli appartenenti alle altre confessioni religiose (in primis le comunità musulmane che vivono ormai stabilmente in Europa) o è un omaggio ideologico – spacciato per sensibilità multiculturalista – ad un certo laicismo anti-cristiano e secolarista diffuso in settori consistenti dell’establishment europeo?


Va bene inoltre escludere i riferimenti ad una qualunque origine razziale dal momento che le razze, riferite agli uomini e alle donne, non esistono come l’odierna antropologia insegna, ma perché considerare inopportuni anche i riferimenti etnici. Mettiamo io sia un cittadino francese orgoglioso delle sue origini berbero-algerine. In che senso nasconderle pubblicamente mi garantirebbe l’esercizio di un diritto che non ho richiesto e del quale non intendo avvalermi? Mi si protegge o mi si umilia impedendomi di mostrarmi per ciò che sono e per ciò che voglio essere con la scusa che qualcuno potrebbe risentirsi?
Veniamo ad un aspetto più pratico. In ogni manifestazione pubblica – un simposio scientifico, un panel, una raccolta di testimonianze – bisogna avere cura, suggerisce il documento della Commissione, di rappresentare la diversità in tutti i suoi aspetti. Bene, tanti uomini e tante donne? Potrebbe in realtà non bastare per evitare l’accusa di comportamento discriminatorio. Provate a immaginare un convegno strutturato, non secondo il tema che si intende discutere e rispettando il principio della competenza professionale specifica, ma in omaggio al canone dell’inclusività la più vasta possibile. Quando si finisce di rappresentare la diversità dopo aver inserito tra i relatori, mettiamo, un transessuale, una lesbica atea, un maschio disabile, un buddhista e un omosessuale di colore? Qualcuno resta sempre fuori.


Peraltro, a leggere con attenzione il documento, risalta una contraddizione: la diversità va accettata, riconosciuta, rispettata e rappresentata ma senza che ci si possa direttamente riferire alle fonti di questa diversità. Si vuole esaltare le differenze o neutralizzarle?


Insomma, per non discriminare, si finisce per discriminare. Per protegge le minoranze dalla tirannia sociale della maggioranza, si finisce per opprimere quest’ultima. Per garantire più tolleranza si finiscono per comprimere gli spazi di dibattito pubblico nel segno di un crescente conformismo linguistico e delle idee. Per garantire la pace sociale si alimenta un clima culturalmente repressivo destinato inevitabilmente ad acuire il risentimento e dunque i conflitti. Per trattare in modo egualitario le persone si finisce per disconoscerne le differenze vitali e le specificità esistenziali.
Ma c’è soprattutto un sospetto che non si riesce a cancellare dinnanzi a quest’ennesima sortita europea nel segno della correttezza politica (talmente bislacca che ieri sera la Commissione si è sentita in dovere di fare una parziale retromarcia, specie sulla questione dei richiami alla tradizione religiosa cristiana, quella ancora dominante nel continente).

Che quest’eccesso di preoccupazione ed enfasi per i conflitti che avrebbero una base identitaria serva ad occultare la matrice sociale ed economica, dunque materiale non giocata sulle rappresentazioni soggettive, delle profonde diseguaglianze che continuano ad attraversare l’Europa e, in generale, tutte le società cosiddette avanzate. Ci si mobilita per le battaglie simbolico-culturali, usando le parole come armi, non avendo la forza o la volontà di mettere in discussione equilibri sociali e di potere, reti di interessi finanziari ed economici, rispetto ai quali persino le democrazie politiche appaiono deboli e impotenti.
Per parafrasare il vecchio Proudhon: chi dice inclusività, inganna.

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