Roma allagata, così l'uragano Raggi ha ridotto la Capitale

Martedì 3 Dicembre 2019
Fabrizio de Andrè cantava: «C'è chi aspetta la pioggia, per non piangere solo».
E infatti ieri, sotto il diluvio, veniva da piangere tutti insieme. Di aggiungere lacrime d'indignazione civica - ma è possibile che le caditoie a Roma non funzionano mai e sono i monumenti scassati della non discontinuità tra Ignazio SottoMarino e l'Uragano Raggi? - alle pozzanghere enormi come laghi, al Canal Grande che scorre per Roma, al disastro che l'acquazzone, forte ma non come il diluvio universale, ha creato in città. E guai a prendersela con la natura cinica e bara, che sia pure antipaticamente fa il suo mestiere. Le responsabilità vanno ricercate presso chi il proprio mestiere di buon governante non lo fa, e non mette in condizione la Capitale di salvarsi dal nubifragio. Di non farsi sovrastare da quello. Di non finire come una delle «città invisibili» di Italo Calvino, perché sommersa ma non salvata. Di visibile, fra i flutti, ci sono le due fermate della metro chiuse a causa della bomba d'acqua. Il lago intorno all'Auditorium, che i romani cercano di guadare, sembra insormontabile. E «gondoliere portami a Napoli» di Franco Califano sarebbe la canzone giusta in questo momento ma niente. Roma è Venezia, e solo l'acqua alta mancava tra una sciagura e l'altra.

Bomba d'acqua su ​Roma, ancora chiusa la stazione ​Repubblica
 


Giù nella metro, specie la linea B, c'è il pozzo nero e in superficie c'è il mare magnum. I negozianti cercano di arginarlo imbracciando le pale, ma niente. I secchielli non bastano. I mezzi pubblici, i tram, vanno in tilt. La pioggia s'infila nei garage e nelle portinerie. Ecco un gruppo di persone che cercano di liberare un grande negozio dai flutti a Via Pinciana. E bomba o non bomba, per citare l'hit di Antonello Venditti, resisteremo a Roma? Il Tritone è diventato il fiume Tritone. Bologna (intesa come stazione metro) è una città marittima e Repubblica (la fermata) è una Repubblica marinara. Termini e Manzoni cedono davanti all'Uragano Virginia. E non passa neppure un tender to per portare le persone lontane dal flagello.
C'è poco da ridere ovviamente, anche se qualcuno ci prova: «E' appena arrivato il nuovo Spelacchio a Piazza Venezia e ha riportato il malocchio sulla Capitale». Ma la sfortuna non c'entra affatto. La mala amministrazione invece sì. Questa pioggia, non alluvionale e da cui una città normale si sarebbe fatta bagnare senza problemi e psicodrammi, è come un memento. Fa tornare il ricordo di quando i grillini, per conquistare l'Urbe, gridavano in piazza: «Marino stura il tombino». Loro non lo hanno sturato. E la banalità del male di una pioggia di troppo, in una città in condizioni d'abbandono, assume una portata abnorme, emergenziale, insormontabile. Si condensano nelle pioggia che non s'assorbe, e diventa ruscello e torrente urbano, i deficit di cura che affliggono la Capitale e obbligano a nuotare nell'oceano delle speranze perdute i cittadini incolpevoli, e sempre più irritati. E così, Roma sommersa è il risultato dell'insipienza. Dell'assenza d'intervento, di perseveranza, di capacità di comando, di passione per una città e per una comunità che è nata sull'acqua e che ama l'acqua. Ma l'acqua ha bisogno delle dighe della buona politica, e quelle sono saltate ormai da anni e sempre di più.
  Ultimo aggiornamento: 09:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA