Europa e petrolio/ La scommessa dell’energia per neutralizzare il Medio Oriente

Martedì 7 Gennaio 2020 di
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È paradossalmente il petrolio che ha segnato il destino del mondo arabo. Ed è, altrettanto paradossalmente, nell’inizio della fine della dipendenza dal greggio, la più robusta speranza di normalità per centinaia di milioni di arabi che, da settant’anni, tra Damasco e Tripoli, vivono di guerre senza fine. Una fine determinata dalle evoluzioni tecnologiche più importanti, nonché dalle priorità ambientali che definiranno la politica globale del ventunesimo secolo. 

È in questa prospettiva - che viene più dall’economia che dai droni - che l’Europa può ritrovare un ruolo. Un ruolo e una leadership che non riuscirà più a recuperare in tempi medi su campi che rimangano, solo, di battaglia. «Nel Medio Oriente le cose possono sempre andare peggio di come non stiano già andando. Basta dargli un po’ di tempo e ci riusciranno».

Ad adattare la cosiddetta legge di Murphy a quella che è stata l’area del mondo che ha ospitato più guerre negli ultimi settant’anni fu, del resto, Ryan Crocker, che per essere stato il diplomatico americano con maggiore esperienza del pianeta arabo e ambasciatore in Libano, Siria, Iraq e Afghanistan, fu definito da uno dei suoi presidenti, il Lawrence d’Arabia degli Stati Uniti. 

Nel Medio Oriente e nel mondo Arabo, se qualcosa può andare male, molto probabilmente ci andrà e anche i maggiori esperti di crisi senza fine, di fronte all’ennesima ipotesi di una guerra mondiale che parta da Bagdad e dalla rabbia degli ayatollah per il martirio del proprio generale, non possono non provare un momento di scetticismo e di stanchezza. Lo stretto di Hormuz non è più il centro del mondo come lo era trent’anni fa. E, se solo incoraggiassimo, ulteriormente, le tendenze che ci stanno, lentamente ma progressivamente, portando verso un mondo senza petrolio, potremmo lasciarci alle spalle una storia che appartiene al ventesimo secolo e aprire una prospettiva di normalità per quel pezzo di mondo. 

In effetti, a guardare quello che veniva un tempo definito lo “scacchiere” medio orientale, si ha l’impressione che di razionale non ci sia quasi più nulla in un gioco che, per quanto sporco, dovrebbe essere guidato dalla convenienza. 

Un conflitto ramificato che, con il passare degli anni, si è cronicizzato come certe malattie in organismi che alla malattia preferiscono assuefarcisi. E che, spesso, non ha più senso, se solo si pensa che ciascun cittadino libico (anche se è difficile utilizzare la parola “cittadino” in un contesto nel quale non c’è più alcuno Stato in grado di far rispettare un diritto) siede, in teoria, su una quantità di petrolio che vale – a prezzi correnti – ad una rendita di mezzo milione di euro. Una rendita teorica simile a quella che fa dei norvegesi uno dei popoli più ricchi del pianeta, e che però centinaia di milioni di arabi non riescono più a utilizzare perché troppo impegnati a farsi guerra. Casa per casa.

È, in effetti, il petrolio, ciò che ha segnato il destino di quei popoli. La teoria dello Stato che amministra rendite nei Paesi con grandi risorse naturali (il “rentier state”), dimostra che, laddove il potere non ha bisogno del talento delle proprie persone, esso tende a diventare dittatura. O, per meglio dire, a non avere alcun incentivo ad uscire da una condizione di monarchia assoluta. Ed è quello che è successo, con modalità diverse ed alcune notevoli eccezioni (come l’Egitto), in tutti i Paesi che si affacciano sulla sponda orientale e meridionale del Mediterraneo. 

Il ruolo del petrolio, però, sta cambiando. Secondo i calcoli dell’Agenzia internazionale per l’energia, la domanda di petrolio negli ultimi trent’anni è aumentata solo del 25%, mentre la dimensione dell’economia mondiale è cresciuta di quattro volte. L’ultima novità, poi, è che non è più l’Arabia Saudita il più grande produttore del mondo. Nel 2019 gli Stati Uniti hanno estratto 15 milioni di barili al giorno (staccando nettamente gli arabi fermi a 12 e i russi a 10) grazie alla prima delle tre rivoluzioni tecnologiche - quella della estrazione di petrolio dalle rocce di scisto bituminoso (shale oil) - che stanno mutando, drasticamente, il contesto. Gli Stati Uniti non hanno bisogno, più, di importare e questa circostanza spiega molto dell’atteggiamento di un Paese che sta, rapidamente, cambiando la sua strategia dall’occupazione costosissima di Paesi in fiamme, alla risposta chirurgica e a distanza nel caso di minacce. 

Ancora più straordinaria sarà, però, la seconda rivoluzione dell’energia solare che, già, nel 2035, dovrebbe essere la fonte principali di produzione di energia elettrica e che ha, come sua caratteristica, più importante di poter essere prodotta quasi ovunque; rovesciando, dunque, il paradigma del secolo scorso con pochissimi produttori capaci, per questo, di governare il mondo. E quella dell’efficienza che, già, consente, di diminuire ogni anno del 2% la quantità di energia consumata per unità di prodotto interno lordo e che è l’area nella quale l’Unione Europea è all’avanguardia.

Sono queste le armi – tecnologia, efficienza, ridisegno dei modelli di produzione e di consumo – che ha a disposizione un’Europa che non può, realisticamente, pensare di essere militarmente unita in tempo brevi. Sono armi però decisive. Sono quelle che possono portare in un mondo nuovo, le due civiltà che, per millenni, sono state unite da forze e debolezze capovolte.
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