La breve illusione/ La Brexit al traguardo brusco risveglio per l’Europa

Lunedì 9 Dicembre 2019 di
Su una cosa sono tutti d’accordo: le elezioni politiche che si svolgono tra i preparativi delle prossime feste di Natale, sono le più importanti e difficili che il Regno Unito abbia affrontato dalla fine della seconda guerra mondiale. Dopo il 12 dicembre, la società inglese non sarà più la stessa. Questa data potrebbe, anzi, anche segnare il punto di rottura definitivo di un ordine globale fondato sull’egemonia della democrazia liberale e delle organizzazioni internazionali che furono gli inglesi (e gli americani) a concepire, promuovere, difendere. 
Sono elezioni molto importanti anche per l’Europa che, dall’inizio della vicenda Brexit osserva le convulsioni oltremanica con un certo distacco. Quasi con una punta di malcelata soddisfazione per la difficoltà che gli inglesi si sono autoimposti osando la strada – mai tentata prima – del divorzio dall’Unione Europea. 
Tuttavia, quel distacco è stato un errore tragico, perché a Londra sta perdendo un europeismo che non riesce ad andare aldilà della difesa di un progetto glorioso ma logoro e che ha l’urgenza di capire che certi valori si salvano solo se ne rinnoviamo radicalmente le forme. E sta vincendo Boris Johnson, che dimostra di avere, come Trump, poche idee. Ma chiare.

Mai è sembrato così diviso il Regno Unito, che appare sospeso tra due esiti entrambi estremi. Entrambi in grado di cambiarne la natura. Da una parte la possibilità, con la vittoria dei Tories, di uscire, finalmente, dall’Unione Europea. Un esito che, tuttavia, rischia di disunire il Regno stesso: il primo ministro della Scozia, Nicolas Sturgeon, ha pronto un secondo referendum sull’indipendenza; l’Irlanda del Nord viene separata dal resto del Paese dallo stesso accordo negoziato con l’Europa; e tensioni formidabili – tra Londra ed il resto dell’Inghilterra – frammentano al suo interno lo Stato che fu il centro dell’impero più vasto della storia.

Se prevalesse, invece, Corbyn, il leader dei Labour legato ad una tradizione marxista mai morta, cambierebbe profondamente la struttura stessa del sistema economico che è stato il cuore del liberismo, riportandolo all’era delle nazionalizzazioni che furono l’elemento identitario del partito laburista prima di Tony Blair. Per ciò che concerne l’Europa, invece, la storia di Corbyn lo ha visto sempre all’opposizione: contrario all’adesione a quella che era la Comunità Economica Europea nel 1975, contrario al trattato costitutivo dell’Unione nel 2008. Anche se sulla Brexit propone un secondo referendum.

In mezzo, aggrappati alla bandiera europea: il Partito liberale, quello Verde ed un centro che era il luogo dove si vincevano le elezioni e che sembra diventato politicamente irrilevante. Incapace di uscire dai confini di un elettorato urbano che vale meno del 20% di quello complessivo. Un peso sufficiente però a sottrarre ai laburisti i seggi che regaleranno a Boris Johnson la maggioranza per sconfiggere definitivamente chi, per due anni, si è battuto per rimanere nell’Unione.

In pratica il primo ministro, con gli stessi voti che ebbe Theresa May nelle elezioni del 2017, sta vincendo usando un sistema elettorale che porta a Westminster chi – all’interno di ciascun collegio - ha la maggioranza di voti. E la divisione dei propri avversari. Laddove lo scacco matto è stato, semplicemente, l’accordo tra Johnson e Nigel Farage, leader del partito creato proprio per garantire la Brexit, che ha riportato ai conservatori gli elettori che pur di uscire dall’Unione lo farebbero senza accordo. 

Sta vincendo Boris Johnson e con Trump (e magari, tra qualche tempo, anche con Salvini) potrebbe dare sostanza ad un progetto che si nutre dell’insostenibile leggerezza di un ordine che sta implodendo. Anche se non propone alternative. Che prevede grande pragmatismo per utilizzare a proprio vantaggio le regole del gioco elettorale (come fece Trump andando a vincere i grandi elettori del presidente, pur perdendo il voto popolare). E una sufficiente dose di cinismo per utilizzare, in maniera efficiente, media che nessuno più può davvero controllare. 

Ad essere irresistibile, però, non è l’ascesa di populismi che, comunque, sono battibili, come dimostrano in parte – le stesse elezioni europee del maggio scorso. Ma il declino di una élite che – a Londra, ad esempio – è sembrata senza più idee. L’errore vero è quello di contrapporre solo l’indignazione ad un processo che potrebbe aver messo la stessa liberal democrazia dalla parte sbagliata della storia.
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