DONALD TRUMP

Trump, dopo la voce grossa sta prevalendo la realpolitik

Giovedì 21 Dicembre 2017 di Flavio Pompetti
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L'economia mondiale sta crescendo del 3,6%, con Europa e Stati Uniti appaiati attorno al 2,5%. Lo scambio commerciale globale è in crescita, con prospettive a medio termine ancora più ottimistiche, e le Borse di tutto il mondo continuano a pompare la capitalizzazione delle aziende. Chi aveva temuto un ciclone Trump un anno fa, ha avuto modo di ricredersi già da qualche tempo: per l'economia e la finanza il 2017 si sta chiudendo con un bilancio di gran lunga migliore delle attese. Ma questa ripresa è merito dell'effetto-Trump che ha galvanizzato le Borse in attesa di un rilancio americano, o non si è piuttosto verificata malgrado Trump, in virtù di dinamiche già innestate prima del suo arrivo, e che neanche i pronunciamenti minacciosi del nuovo presidente sono riusciti a inceppare? La risposta più calzante è lo scambio commerciale globale, che nella lettura del Fondo monetario è cresciuto del 4,2% quest'anno, contro il 2,4% del 2016. A gennaio il timore più grande era che il mega aspirapolvere della produzione mondiale, il consumo degli americani, si inceppasse sotto il peso dei bandi che Trump ha promesso. In realtà gli scambi sono stati floridi, al punto che gli stessi Usa si avviano a chiudere l'anno con un deficit commerciale in linea con quello dei tre precedenti, vale a dire con un passivo che supererà 500 miliardi di dollari.

Sotto gli strali dei pronunciamenti, la rinegoziazione del Nafta è entrata in una fase di stallo, con Canada e Messico che rifiutano le correzioni proposte dall'amministrazione Usa. A parte qualche misura di facciata, l'integrazione fra i tre mercati americani procede a gonfie vele. Il discorso è simile per il mercato asiatico. Gli undici paesi sopravvissuti all'abbandono statunitense del patto di libero scambio del Pacifico si sono riorganizzati per far sopravvivere l'accordo, e continuano a scambiare.

MINUETTO CON IL CREMLINO
Washington non ha mostrato le unghie a Pechino, almeno fino a questo punto. Al posto delle tariffe punitive, l'amministrazione Trump ha scelto l'approccio cauto delle inchieste di lungo termine: una appena avviata sul dumping dell'alluminio, un'altra in arrivo il prossimo anno contro la violazione della proprietà intellettuale e dei diritti di autore. Nella sostanza le minacciate tariffe punitive e le azioni di rappresaglia hanno lasciato il posto alla realpolitik della diplomazia.

Persino dalla capitale storicamente nemica degli Usa, Mosca, sono giunti nell'ultima settimana gli encomi personali al presidente statunitense da parte di Vladimir Putin. Nel lungo discorso di quattro ore alla nazione, l'ex capo del Kgb ha indicato gli indici di Wall Street come il segno del successo del primo anno di reggenza Trump alla Casa Bianca. Trump lo ha chiamato per ringraziarlo, in un minuetto che sembra quasi fatto apposta per ignorare le accuse di interferenze del Kremlino nelle elezioni che hanno portato il presidente americano al potere.

L'altro versante, quello della politica finanziaria, si è mosso con una prudenza ancora maggiore. La Federal Reserve ha confermato i tre aumenti dei tassi sul dollaro già contabilizzati dai mercati, ha guardato con ossessiva puntualità all'andamento dell'inflazione, e ha avviato una diligente dismissione degli asset di cui aveva fatto incetta durante la crisi. Janet Yellen consegna al suo successore una locomotiva che procede a passo non entusiasmante, ma sicuro. D'altra parte Wall Street e le piazze finanziarie di tutto il mondo continuano ad essere inondate dai capitali di stimolo immessi dalle banche centrali, e l'eccesso di liquidità ha aiutato a gonfiare bolle su tutti i mercati. Questa è forse la preoccupazione maggiore del momento, sebbene i fondamentali giustifichino quelli che possono apparire eccessi se misurati.

Ed è proprio per questo motivo che l'azione di governo di Donald Trump torna ad essere un motivo di preoccupazione. La riforma fiscale che sta per passare al vaglio del congresso aggraverà il debito pubblico nella misura di 1.000 miliardi di dollari, 200 miliardi in più di quanto impiegato da Obama per arginare l'impatto della crisi. Nell'ipotesi da più parti ventilata di un prossimo, probabile riallineamento dei mercati in seguito allo scoppio di una bolla, gli Usa si troverebbero meno preparati ad affrontarlo.

INFRASTRUTTURE ED ENERGIA
Inoltre dopo le tasse, l'amministrazione inizierà a programmare la spesa pubblica con il capitolo delle infrastrutture. Come fa notare John Bellows, manager del gruppo Legg Mason, ci sono «aspettative di un incremento della spesa» che proiettano «ombre sulla crescita e sull'entità del debito sovrano degli Stati Uniti».

Un ultimo elemento degno di una valutazione è il settore energetico, in crescita esplosiva negli Usa negli scorsi 15 anni. La recente crisi del mercato del greggio ha messo in luce quanto sia flessibile il modulo produttivo degli estrattori di gas e petrolio scisto, nei confronti della rigidità delle operazioni nei paesi Opec. Ai primi segnali di ascesa delle quotazioni del Brent, gli americani sono tornati ai blocchi di partenza, e negli ultimi due mesi si sono riallineati con il picco storico dell'aprile 2015, intorno ai 9,5 milioni di barili al giorno. Di questo passo i sacrifici dell'Opec potrebbero rivelarsi vani, come ha capito il governo saudita, che nel programma di incentivi per il rilancio dell'economia appena annunciato ha dedicato una buona fetta degli investimenti alla diversificazione industriale.
  Ultimo aggiornamento: 09:17 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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