Romani come noi/ Basket paralimpico: «Un marziano sotto canestro»

Anni Settanta. Liceo scientifico Cannizzaro all'Eur, ora di educazione fisica. Tutta la classe sale due piani di scale facendo i gradini tre a tre per arrivare alla palestra. Sì, la palestra nei piani alti. Senza ascensore. Carlo Di Giusto, invece, resta in aula. A volte con un compagno, a volte da solo. Come è già accaduto alle medie.

Lui, a nove mesi, è stato colpito dalla poliomielite. E, per il regolamento scolastico di allora, deve restare tra i banchi. Ad aspettare che gli altri tornino, divertiti e sudati. La scena si ripete per i cinque anni del liceo. Carlo non può protestare, solo accettare. Durante i pomeriggi, però, questo ragazzone alto oltre un metro e novanta si butta nei campi di calcio dove gli amici della Montagnola lo mettono in porta e gli danno pacche sulle spalle ad ogni parata. Si tiene in piedi forzando sulla gamba sana e si tuffa a terra rotolando tra le ovazioni. Paradosso: lo sport per invertire la rotta del destino. Oggi Carlo, quasi 63 anni impiegato al ministero dell'Interno, è l'allenatore della nazionale paralimpica italiana di basket. Una pioggia di medaglie raccolte nel mondo.

Ripartiamo da lei in classe mentre gli altri erano in palestra
«In quegli anni se ti eri beccato la polio per tutti eri un condannato. Ma i miei genitori, Diria e Guerino abruzzesi doc, non mi hanno mai fatto sentire differente dagli altri. A scuola ero escluso fuori un po' meno grazie anche a loro e a mia sorella Anna».

Dove abitava?
«Alla Montagnola. Mio padre era poliziotto come il padre di Renato Zero, infatti abitavamo nello stesso palazzo destinato a chi lavorava in Polizia. Gli amici mi hanno aiutato, ma la svolta è stato scoprire che alla Fondazione Santa Lucia guidata da Luigi Amadio, si faceva fisioterapia con lo sport. Cominciai, con tutta la grinta che potevo, con il basket in carrozzina».

Subito un mito?
«Ero il pivot. Un quintetto di arrabbiati che dovevano far vedere al mondo chi eravamo. Agli inizi degli anni Ottanta eravamo dei marziani. Ma tanto arrabbiati».

Contro chi?
«Contro chi non ci aveva considerati! Ragazzi più ragazzi degli altri con una voglia di vivere che ci ha fatto vincere subito il campionato italiano. Un giorno, dopo uno scontro tra carrozzine in campo, sentii urlare: «Attento, la prossima volta ti spezzo le gambe!». Una risata ci sommerse».

Ha conciliato il lavoro al ministero dell'Interno con le partite?
«Pur di giocare ho fatto di tutto. Quella è la vita che ti fa conoscere gli amici, che ti tira fuori la passione e regala forza. Con la squadra abbiamo vinto il vincibile e poi anche con la nazionale».

Carlo sempre il leader?
«Non ho mai fatto il capitano ma sono sempre stato il leader. Così quando a 47 anni ho smesso di giocare la panchina da allenatore aspettava me. Ce l'ho fatta. Di nuovo in squadra, di nuovo a fare squadra. Tra campionati europei, vinti e Paralimpiadi. Io le ruote al chiodo non le attacco!».

Con le ragazze come è andata?
«Insomma. Meglio quando sono cresciuto. Una volta mi trascinarono in discoteca. Posto ideale per me... Ma andai lo stesso. Una ragazza mi piaceva tanto, le chiesi se voleva uscire con me. Secca, mi rispose: Tra tanti esco con uno zoppo?».

E poi?
«E poi mi ha aiutato l'ironia e lo sdrammatizzare. L'amore supera anche una gamba che non funziona. Mi sono sposato, poi con un'altra signora ho avuto mio figlio Leonardo e da quindici anni sono legato a Tiziana».

Prossimo appuntamento?
«Siamo qualificati per i mondiali ad Amburgo in agosto».

Un pensiero che l'attraversa?
«Che bello stare qui a raccontare questa storia. Mi sembra di un altro e, invece, è la mia. Alè!»

 

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