Renzi e Calenda aprono al centrodestra sulle riforme costituzionali. Resistenza Pd-M5S al presidenzialismo

La prima apertura a un'ipotesi di ragionamenti condivisi arriva dal Terzo polo

Riforme costituzionali, Renzi e Calenda aprono al centrodestra. Resistenza Pd-M5S al presidenzialismo
Procedere in solitaria sul presidenzialismo, sottoponendosi poi al referendum costituzionale, che in passato due volte su quattro ha visto vincere il “No”, oppure...

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Procedere in solitaria sul presidenzialismo, sottoponendosi poi al referendum costituzionale, che in passato due volte su quattro ha visto vincere il No, oppure cercare l'intesa con le opposizioni a un tavolo delle riforme di più ampio respiro. Sono le strade che si troverà davanti il centrodestra per trasformare in realtà la misura sbandierata prima del voto, che ha dato alla coalizione una maggioranza solida alla Camera e al Senato ma non i due terzi necessari per cambiare direttamente in Parlamento la Costituzione, «bella ma anche di 70 anni», come ha detto Francesco Lollobrigida, uno degli uomini fidati di Giorgia Meloni.

La prima apertura a un'ipotesi di ragionamenti condivisi arriva dal Terzo polo. «Meloni premier avrà la nostra opposizione. Voteremo contro la fiducia, presenteremo i nostri emendamenti. E, se chiederà un tavolo per fare insieme le riforme costituzionali, noi ci saremo perché siamo sempre pronti a riscrivere insieme le regole», ha chiarito Matteo Renzi, che nel 2016 chiuse la sua esperienza a Palazzo Chigi proprio perdendo un referendum costituzionale e da tempo sostiene l'idea del sindaco d'Italia, riproposta anche nel programma del Terzo polo.

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La strategia

Una linea di «opposizione costruttiva» condivisa dal suo alleato Carlo Calenda, che in campagna elettorale non dava molto credito all'efficacia di una bicamerale («È più probabile che io arrivi su Marte»), ma è convinto che le regole non vadano cambiate a colpi di maggioranza, e che «prima o poi bisognerà fare una sola Camera: il bicameralismo perfetto è superato». Di certo lo scenario è complicato se ci si concentrerà sull'elezione diretta del presidente della Repubblica. «Se ci sarà dibattito sulle riforme costituzionali noi ci saremo. Ma - ha sottolineato nelle scorse settimane Enrico Letta - il presidenzialismo è una scorciatoia, un modo per dire: 'Le istituzioni non sono efficienti, date al presidente che eleggeremo tutti i poteri e risolve lui tuttò».

Le riforme

Se la nuova segreteria del Pd confermerà questa linea, Meloni non troverà sponde nel centrosinistra, che ha costruito l'alleanza con Verdi e Sinistra italiana proprio «a difesa della Costituzione». «Bisogna impedire come al solito di guardare alla Costituzione come se fosse questo il nostro problema - è la tesi di Nicola Fratoianni, segretario di Si -. Semmai la difficoltà è quella di applicare fino in fondo la Costituzione». Ô prematuro parlare di un tavolo per le riforme secondo Giuseppe Conte che, a sua volta, vede rischi nel trapiantare a freddo il presidenzialismo nella tradizione parlamentare italiana. Fra le proposte sostenute in questi mesi dall'ex premier per rafforzare gli esecutivi, ci sono invece i freni al cambio di casacca e la fiducia costruttiva alla tedesca.

Un'altra riforma nell'agenda del centrodestra è l'attuazione dell'autonomia differenziata: sulla carta è più semplice, non serve una legge costituzionale, ma fra FdI e Lega non c'è sintonia sull'ordine di priorità rispetto al presidenzialismo. Scontata sarà la resistenza dell'opposizione. A giugno i dem hanno frenato il tentativo del ministro per gli Affari regionali Mariastella Gelmini di accelerare: impossibile arrivare in fondo, è la posizione dei dem, senza l'unanimità fra Regioni del Nord e del Sud. Almeno su questo c'è convergenza con il M5s, convinto che la riforma non debba allargare il gap fra settentrione e meridione, e che quindi prima vadano approvati i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni, soprattutto per la sanità.

 

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