Elezioni, Mattarella chiede realismo: indispensabile mediare

Sergio Mattarella attende con pazienza che vengano ammainate i vessilli di guerra. Aspetta che Luigi Di Maio e Matteo Salvini la smettano di proclamarsi vincitori e acquisiscano la consapevolezza di non avere i numeri in Parlamento per formare un governo. E spera che il Pd (le accuse di Renzi non sono passate inosservate, innescando un moto di amarezza) ritrovi al più presto la bussola: l'avvitamento del Partito democratico, che ha garantito in questi anni la governabilità, allarma non poco.

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Per fortuna di tempo ce n'è. E gioca dalla parte del Quirinale, dove si auspica vengano smaltite quanto prima le tossine della campagna elettorale. Il nuovo Parlamento si riunirà il 23 marzo, poi dovranno essere eletti i presidenti di Camera e Senato. L'operazione potrebbe essere lunga e complessa: a Montecitorio dovrà coagularsi una maggioranza assoluta per eleggere il successore di Laura Boldrini. E soltanto dopo cominceranno le consultazioni. Probabilmente tra fine marzo e inizio aprile. Se non più tardi, se la situazione alla Camera dovesse incartarsi.
Quando entrerà in gioco, Mattarella ascolterà le indicazioni dei gruppi. Le proposte per formare il governo. E non farà alcuna pressione sui partiti affinché sostengano un potenziale premier invece di un altro. «Il capo dello Stato non compie scelte politiche, è super partes e neutrale», dicono sul Colle.

«NESSUNA PRECLUSIONE»
A maggior ragione, proprio per questa neutralità e per rispetto delle scelte compiute dagli elettori, Mattarella affronterà le consultazioni senza alcuna preclusione. Senza alcuna conventio ad excludendum. Traduzione: nessun ostacolo a un governo guidato dai Cinquestelle o dalla Lega che avesse i numeri in Parlamento. Certo, il rispetto dei trattati internazionali e l'adesione all'Unione europea sono principi inviolabili. Ma l'eventuale intervento di Mattarella scatterebbe soltanto dopo la formazione dell'esecutivo, vigilando sia sulla scelta dei ministri, sia sui provvedimenti assunti dal nuovo inquilino di palazzo Chigi. La Costituzione affida al capo dello Stato il potere di non controfirmare e di rispedire al mittente leggi e decreti.

In più, in vista delle consultazioni, dal Colle avvertono che il capo dello Stato non assumerà iniziative senza essere sollecitato dai gruppi parlamentari. Ciò significa che Mattarella interverrà solo e soltanto dopo che Di Maio o Salvini avranno eventualmente alzato bandiera bianca e tutti i partiti saranno andati a bussare alla porta del Quirinale per chiedergli di aiutarli a trovare una soluzione.

Quale? In assenza di un esecutivo squisitamente politico, nato sulla base di un accordo tra i partiti, c'è il governo del presidente formato in base alle indicazioni del capo dello Stato che una volta ricevuta la fiducia del Parlamento, suggeriscono sul Colle, «diventa immediatamente politico». C'è il governo di scopo: un paio di punti in agenda (legge elettorale e di bilancio) e poi alle urne. Ci sono formule più antiche come il governo tecnico, il governo della non sfiducia (accadde nel 76 ad Andreotti). Il governo di minoranza sostenuto dall'appoggio esterno di qualche partito: più o meno la subordinata di Salvini e Di Maio. Ormai improbabili le larghe intese o il governo di unità nazionale: troppo deboli, in un Parlamento a trazione populista, le forze moderate e riformiste.

C'è da aggiungere che il Presidente darà l'incarico solo quando un potenziale premier incaricato avrà la certezza di avere la maggioranza. E che le elezioni saranno l'extrema ratio: non si svolgeranno a giugno e difficilmente in autunno, quando scatterà la sessione di bilancio e si rischierà l'esercizio provvisorio. Se tutto andrà a gambe all'aria si rivoterà tra un anno con un governicchio elettorale.

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