Bulli e web la Rete si stringe, le iniziative per combattere il dilagare della cyber violenza

di Andrea Andrei
Il copione è sempre lo stesso. Si comincia con una chiacchierata in chat. Poi uno scherzo, un'allusione, una provocazione. E si finisce col superare il limite, senza nemmeno accorgersene, commettendo un errore irrecuperabile. Il corteggiamento come le amicizie, nell'era degli smartphone e dei social network, passano attraverso like, emoticon, hashtag. E selfie, ovviamente. Quei selfie che grazie alle app è diventato facilissimo realizzare e condividere all'istante, e che possono finire nelle mani sbagliate ed essere resi pubblici. Il copione, si diceva, è sempre lo stesso e la conclusione di quel copione è quasi sempre orribile. Perché quelle ragazze e quei ragazzi, spesso minorenni, mentre chattano o magari praticano il cosiddetto sexting (scambio di messaggi dal contenuto esplicito via chat o social media) si rendono conto troppo tardi di essere caduti nella trappola del cyberbullo di turno, e fra insulti e umiliazioni le giornate si trasformano in un inferno. C'è chi ne esce, seppur a fatica, e chi invece arriva addirittura a scegliere la strada più terribile, com'è successo a Carolina Picchio, 14enne di Novara che il 5 gennaio del 2013 si lanciò dal balcone di casa dopo che online fu diffuso un video a sfondo sessuale di cui lei era inconsapevole protagonista.

Quel terribile episodio di cronaca per l'Italia è stato un vaso di Pandora: è da allora che, su proposta della senatrice Pd Elena Ferrara (che era l'insegnante di musica di Carolina), è nato il decreto legge a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo, approvato in terza lettura dal Senato qualche giorno fa e che ora torna alla Camera. La legge, fra le altre cose, permette anche ai minori di denunciare autonomamente (senza bisogno perciò di passare dai genitori) di essere vittima di bullismo a una piattaforma social. «Il disegno di legge spiega la Ferrara - introduce anche la procedura di ammonimento, come avviene per lo stalking, al fine di responsabilizzare i minori ultraquattordicenni autori di reati tenendoli però, nei casi in cui è consentito dalla legge, fuori dal penale». Una notizia che arriva proprio in concomitanza con il Safer Internet Day, la giornata mondiale per la sicurezza in Rete, che sarà celebrata domani con una serie di eventi in tutta Italia.

I CONSIGLI
«Non bisogna pensare che il cyberbullismo sia il problema sottolinea Ivano Zoppi, presidente di Pepita Onlus, cooperativa sociale che si occupa di diffondere la cultura della prevenzione del bullismo e che domani parteciperà al convegno Felici di navigare, organizzato dalla Casa Pediatrica del Fatebenefratelli-Sacco per conto del Miur al tribunale di Milano bisogna concentrarsi sulla quotidianità. I social network sono strumenti meravigliosi che possono diventare armi. E spesso sono i genitori a dare il cattivo esempio, pubblicando online come se nulla fosse le foto dei figli. L'immagine di sé non va svenduta, altrimenti scompare il concetto di privacy. I ragazzi devono crescere sapendo che esistono dei limiti da non superare. Il consiglio per i genitori è di stabilire con i figli delle regole condivise, che entrambe le parti si impegnino a rispettare. Per esempio, farsi dare il codice di sblocco del telefono: non serve controllare il cellulare, ma è bene che i ragazzi sappiano che gli adulti hanno questa possibilità. Inoltre, è necessario verificare le impostazioni della privacy sui social network. Una delle prime cose da fare è disattivare la geolocalizzazione, che comunica agli altri la posizione dell'utente: può essere comoda, ma assai rischiosa». Come sempre, la prevenzione migliore è però l'informazione. «Mi è capitato di parlare con genitori che non sapevano cosa fosse Snapchat (uno dei social più utilizzati dai giovanissimi che permette anche l'invio di immagini e video che si autodistruggono dopo pochi secondi, e che è perciò una delle piattaforme ideali per il sexting, ndr)», racconta incredulo Zoppi.

LE PIATTAFORME
Il cellulare per i ragazzi oggi non è solo uno strumento per comunicare. È un linguaggio sociale, che bisogna conoscere e saper comprendere come loro. Secondo una ricerca della Regione Lombardia, un adolescente su quattro ammette di «aver fatto sexting» la prima volta in un'età compresa fra gli 11 e i 12 anni. Un'altra ricerca effettuata nelle scuole, affidata da Generazioni Connesse a Skuola.net e all'Università di Firenze, rivela che al 13% dei ragazzi è capitato di insultare un personaggio pubblico sui social in virtù della libertà della Rete e della disinibizione che deriva dall'effetto schermo. Una miscela esplosiva, specie quando a finire al centro degli attacchi non è un vip, ma un coetaneo.

In tutto ciò, ci si interroga anche sul ruolo degli stessi social network: «Hanno una responsabilità aggiuntiva», si è sfogata ieri la presidente della Camera, Laura Boldrini, durante la presentazione della campagna educativa itinerante della Polizia Postale, Una vita da social. Lo scenario si complica, se si pensa che i più giovani trovano di continuo nuovi canali per comunicare senza che gli adulti possano controllarli. L'esempio più recente si chiama Monkey: un social network creato da due teenager, Ben Pasternak e Isaiah Turner, e dedicato ai teenager stessi, in cui si chatta via webcam con utenti sconosciuti per un massimo di dieci secondi, a meno che non si decida, in quell'arco di tempo, di diventare amici.Quando si dice il colpo di fulmine.

andrea.andrei@ilmessaggero.it
 
Lunedì 6 Febbraio 2017 - Ultimo aggiornamento: 08-02-2017 19:21
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1 di 1 commenti presenti
2017-02-06 18:12:30
Cari giovani, ho vissuto una vita molto ma molto movimentata incominciando a 17 anni in una scuola militare che molto mi insegnò dalla specializzazione all'educazione civica e a capire anche altri giovani come lo scrivente- Ho viaggiato in lungo e in largo compreso anche l'ultimo lembo del nostro Paese isole comprese. Ma
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