Decalogo per la sopravvivenza del teatro

di Marco Pasqua
Se nessuno paga il biglietto, non è teatro.
Max Vado

Cosa può davvero definirsi “teatro”? La risposta non si può certo esaurire nelle 25 righe di una rubrica, anche se Max Vado, attore combattivo e vulcanico regista, ha cercato di stilare uno speciale decalogo alla rovescia, su cosa non sia teatro. Un decalogo che, nel folle mondo dei blocchi imposti da Facebook, gli è addirittura valsa una sospensione del profilo, causata dalle segnalazioni degli attori che, evidentemente, non la pensavano come lui. «Se nessuno paga il biglietto, non è teatro – scrive Vado sulla sua pagina – così come non lo è se al posto degli attori ci sono nani, barboni, carcerati, tossici, quelli delle onlus o perditempo».

Ancora: «Se non vengono pagati agibilità, diritti d’autore, contributi, Siae e prestazioni e se in scena c’è gente nuda senza motivo, non è teatro (nel migliore dei casi è il Moulin Rouge). Se nessuno di quelli in scena o dietro le quinte è diplomato in una scuola, non è teatro – continua l’attore - Se la compagnia si è formata da un seminario a pagamento, non è teatro. La conferenza spettacolo in cui si parla di arte, psicologia, matematica o cucina serve a far vendere dei libri ma non è teatro». Infine, l’ultimo punto è riservato al cosiddetto “teatro sociale e di denuncia”: «Una forma minore di teatro che, spesso, non è teatro. E se lo fai in un teatro occupato è reato». Un decalogo scritto, spiega, dopo l’ennesimo spettacolo “incensato senza merito”. Un contributo, quello di Vado, per un teatro che possa davvero definirsi tale e non scadere nella sciatta improvvisazione.

marco.pasqua@ilmessaggero.it
Lunedì 22 Gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento: 00:20

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