Via il capo della Postale: «Non informò il governo»

di Cristiana Mangani
ROMA Il telegramma con la comunicazione ufficiale gli è arrivato a meno di ventiquattro ore dagli arresti dei fratelli Occhionero: Roberto Di Legami, fino a due giorni fa direttore della Polizia postale, è stato rimosso dall'incarico. Trasferito ad altra funzione. E proprio nel momento in cui gli uomini e le donne del Servizio portavano a casa un importante successo con l'operazione sui cyberspioni. A decidere il trasferimento è stato il capo della polizia Franco Gabrielli, per una ragione ben precisa: Di Legami avrebbe sottovalutato la portata dell'inchiesta, un'indagine che potrebbe aver messo a rischio la sicurezza dello Stato e le cui dimensioni tuttora non sono chiare neanche a chi indaga. Insomma, un motivo tutt'altro che marginale. E' successo, infatti, che Gabrielli, martedì mattina, si sia recato alla Camera, dove aveva in programma un'audizione davanti alla Commissione d'inchiesta sulle periferie, proprio mentre esplodeva il caso dei fratelli Occhionero. A quell'appuntamento, però, è arrivato senza conoscere i dettagli dell'inchiesta. Nonostante fossero otto mesi che la postale stava lavorando sul caso. Un problema serio, non per la mancata informazione in sé, quanto perché in ballo c'erano i nomi di personalità al vertice delle istituzioni italiane ed europee.

I RISCHI
Il nodo sollevato da Gabrielli è semplice ed è anche una risposta indiretta a chi parla di una scelta inopportuna: più che di interessi investigativi, ci si doveva interessare della sicurezza nazionale. Perché in questo caso non c'era un'indagine nei confronti della presidenza del Consiglio o del presidente della Banca centrale europea, tantomeno qualcuno era indagato. Piuttosto, Renzi e Draghi, e le altre personalità politiche e istituzionali, erano le vittime della presunta attività di spionaggio. C'era, dunque, un chiaro ed evidente problema di sicurezza per il Paese, essendo a rischio di spionaggio i vertici dello Stato. Sottovalutazione dei risultati dell'indagine, dunque, da parte di Di Legami, ma anche la mancata tempestività nell'informare i vertici del Dipartimento di pubblica sicurezza.

Comunicare al premier di un'attività di spionaggio nei suoi confronti non sarebbe stato neanche compito della procura, visto che il Cnaipic della Polizia postale, il gruppo che ha seguito l'indagine, ha rapporti diretti con i servizi segreti, e che attraverso loro mantiene i contatti con le istituzioni. Rapporti che, per legge, invece non sono ammessi tra i pm e gli 007. Ed è per questo - spiegano a piazzale Clodio - non sarebbe spettato a loro parlarne con il presidente del Consiglio.

Per questo, quando partono gli accertamenti il 1 marzo del 2016, un mese dopo la ricezione da parte del responsabile della sicurezza dell'Enav della mail contenente il virus, e tra giugno e luglio dell'anno scorso avvengono i tentativi di intrusione nella mail privata di Matteo Renzi e in quelle istituzionali di Mario Draghi e di Mario Monti, Di Legami avrebbe dovuto rendersi conto della portata dell'indagine. Sempre a giugno e inizio luglio, inoltre, vengono effettuati i tentativi di entrare nella casella mail di Mario Canzio, per 8 anni Ragioniere dello Stato, vale a dire l'uomo cui spetta il controllo dei conti di tutta l'amministrazione pubblica. E quindi, è stato il ragionamento di Gabrielli, se all'inizio non era tutto chiaro, a giugno non c'era possibilità di equivoco su quello che stava accadendo. Eppure nei successivi sei mesi il direttore della Postale non ha informato né il suo diretto superiore, il direttore delle specialità della Polizia, né altri. Una sottovalutazione che gli è costata il posto.
Di Legami andrà all'Ucis, l'Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, con un compito non operativo. Si occuperà dell'analisi dello stato della sicurezza delle persone sottoposte a protezione. Mentre al suo posto è già stata nominata Nunzia Ciardi, fino a ieri direttore del Compartimento Lazio della Polizia postale.

LE REAZIONI
La notizia della rimozione ha scatenato parecchie reazioni nei sindacati, tra chi ritiene che sia stato un provvedimento corretto e chi invece lo considera eccessivo. E' pur vero, però, che Di Legami avrebbe dovuto tenere in considerazione la norma inserita in un decreto legislativo sulle «disposizioni in materia di razionalizzazione delle funzioni di polizia e assorbimento del Corpo forestale dello Stato», che all'articolo 18 stabilisce: «al fine di rafforzare gli interventi di razionalizzazione volti a evitare duplicazioni e sovrapposizioni, il capo della polizia-direttore generale della pubblica sicurezza e i vertici delle altre forze di polizia adottano apposite istruzioni attraverso cui i responsabili di ciascun presidio di polizia interessato, trasmettono alla propria scala gerarchica le notizie relative all'inoltro delle informative di reato all'autorità giudiziaria, indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme del codice di procedura penale».

Tradotto, significa che ogni poliziotto, carabiniere o finanziere che consegna un rapporto o l'esito di un accertamento alla magistratura, deve comunicarlo al suo superiore. Il quale a sua volta informerà il proprio. Quello che l'ex capo della Postale avrebbe dovuto fare e invece non ha fatto.
Giovedì 12 Gennaio 2017 - Ultimo aggiornamento: 08:23
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