Sergio Castellitto: «Io sono un ragazzo fortunato»

di Malcom Pagani
A Tor Pignattara non c’è il mare: «La prima volta lo vidi a Ostia, in un giorno di piombo, con il cielo velato, la spiaggia nerissima e ferrosa e l’odore di lasagne che nella seicento in cui mio fratello Mario aveva caricato tutta la famiglia e stipato le vivande, anche con i finestrini aperti, si faceva insopportabile di chilometro in chilometro. Partivamo alle 6 di mattina e per il pranzo, un impressionante banchetto invernale, tra una cotoletta e l’altra, ci si trasferiva in pineta. A metà pomeriggio, a presunta digestione avvenuta, si tornava in acqua fino a sera, quando sopravvissuti non si sa come a quelle giornate selvagge, senza protezioni, filtri e risparmio, ci ritrovavamo in coda fino a notte sulla via del ritorno. Me li ricordo bene i miei fratelli che si spellavano da soli, come scimmie, con il viso a chiazze davanti allo specchio».

Quello di Fortunata, l’ultimo film di Sergio Castellitto scritto con Margaret Mazzantini e chiamato tra una settimana alla prova di Cannes, riflette la luce di un’emancipazione che deve fare i conti con le ombre. C’è una ragazza, Jasmine Trinca, che sogna di aprire un salone da parrucchiera e intanto trotta in moto per saltare da un appuntamento a domicilio all’altro. C’è un marito violento, Edoardo Pesce, che nonostante la separazione, e prima della rivolta, è l’apparente Cerbero dei suoi giorni. C’è una bambina, sua figlia, che li osserva a muso duro in una periferia che è già frontiera: «La comunità musulmana e cinese più vasta di Roma». C’è un amico fragile, Alessandro Borghi, che non conosce equilibrio, soffre e non sa come smettere di farlo. C’è uno psicoterapeuta, Stefano Accorsi, che prova a liberare i dannati nel contesto di un agosto d’inferno in cui la periferia brucia di sole le scritte sui muri che ricordano Stefano Cucchi e il contesto sembra la porta d’ingresso su un domani brutale e definitivo: «È la storia di un deragliamento» dice Castellitto che beve caffè, non fuma più da tempo e quando parla fa larghi gesti con le mani.
 

Come è nato Fortunata?
«Una sera sento la voce di Margaret in lontananza: “Guarda che ho trovato” dice e mi fa vedere un mazzo di pagine ingiallite. Aveva scritto un trattamento di Fortunata anni prima, quasi di getto, dopo una sera in cui avevamo visto insieme Bellissima parlando fino all’alba del film di Visconti e poi l’aveva dimenticato, rinunciando all’idea di farlo pubblicare. È interessante vedere come certe idee muoiano e certe altre resistono perché sono già archeologiche, nel senso più futurista del termine».

Pare una contraddizione.
«Forse perché la storia che ho girato parla di temi molto contemporanei con la pretesa di rimanere attaccata a un passato che agita la psiche di tutti i personaggi del film. Non ce n’è uno che non abbia vissuto un trauma, non c’è n’è uno che non sia abbagliato dai fraintendimenti, dai falsi segnali o dai segni, al contrario, interpretati nel modo più sbagliato. In Fortunata nessuno è quel che sembra e i confini tra morale e necessità sono labili, come accade nella realtà».

Ci parlava di deragliamento.
«Fortunata deraglia e quell’uscire dai binari- l’ambizione di mettersi in proprio e aprire il suo negozietto- sembra l’inizio di un errore. Ma quell’errore nasconde una scelta, il desiderio di spaccare un vetro, di spezzare le catene, di urlare: “Non devo fare per forza questa vita”».

Perché Tor Pignattara?
«La storia è sempre stata ambientata in periferia, ma tornare in quelle zone è stato un dono. Un lusso che mi ha concesso il mio mestiere. Sono nato a un passo da lì, a Tor de’ Schiavi, alla Clinica Guarnieri e girare in quell’esplanade della parrocchia di San Felice, la stessa in cui sgambettavo a 3 anni con mia madre osservando con terrore, quasi a occhi bassi, l’effige del santo sulla facciata convinto che fosse la raffigurazione fisica di dio, mi ha fatto un certo effetto».

Un bell’effetto?
«Adesso dico motore, azione e se ne ho voglia grido pure stop. Ieri a dirti stop erano gli altri. Si vive anche di questo, ci sono ritorni che trovo divertenti e anche romantici e quindi sì, è una bella sensazione».

Quanto somiglia l’emancipazione di Fortunata alla sua?
«Credo ai nomi e ai destini e, anche nel cinema, non ho paura dei segni leggibili. Tor de’ Schiavi era la torre degli uomini in catene e la mia vita in un certo senso è stata un cammino di liberazione, da una cultura e da un mondo che aveva deciso al mio posto e che pretendeva che andassi in una certa direzione».

In che famiglia viveva?
«Una stupenda famiglia di lavoratori italiani, molisani e abruzzesi, arrivati a Roma come straccio con la fiera intenzione di faticare. Mio padre trovò lavoro alla previdenza sociale, ma in casa, a essersi laureato è riuscito solo mio fratello. Eravamo molto uniti, ma questo non significa che non sognassi di liberarmi e non sia stato in grado di immedesimarmi con le aspirazioni di Fortunata, con la sua solitudine, con il sentirsi- tra cento virgolette- un figlio di nessuno».

Che solitudine era la sua?
«La solitudine di chi voleva dirazzare da una rotta prestabilita. Eravamo a tavola, dissi “Io voglio fare l’attore”. E i maschi di casa si guardarono perplessi: “Che ha detto? Attore? Avrà detto dottore”».

Avevano capito male?
«Avevano capito benissimo, ma era come se dicessero: “È impossibile, non è nel nostro dna, nella nostra storia. “Invece lo faccio - mi dissi - e non solo lo faccio, ma porterò anche i risultati e le cose belle, non solo prendendo tutto quel che capita per il solo gusto di acchiappare”. Credo che alla fine siano stati contenti anche loro, in fondo ho rivelato alla famiglia una possibilità insospettabile».

C’era orgoglio?
«Un orgoglio e un’ostinazione non così diversi da quelli a cui si appiglia Fortunata quando le dicono: “Che vuoi fà te? Aprì un negozio?”».

Si sentiva povero?
«Stavamo in campana, ma non abbiamo mai fatto la fame. E non abbiamo mai odiato chi era più ricco di noi, soprattutto. C’era una dignità nella nostra povertà. Oggi l’odio verso chi ha ottenuto qualcosa di materiale lo puoi respirare, ieri mio fratello guardava la 500 Abarth sognando di comprarla e per regalarsi un sogno faceva 3 ore di straordinario quotidiane, non bucava le ruote di quello che la possedeva».

Oggi si odia?
«La nostra povertà era diversa, quella di oggi è legata alla mancanza di lavoro. Ieri la famiglia era l’azienda, il luogo dell’organizzazione, quello che guadagnavi lo destinavi alla causa comune perché tanto entrava e tanto doveva uscire. Ma fino al ‘68, in Italia, c’era tanto da fà. Oggi sei solo quello che hai e il resto non conta niente. C’è profonda crisi economica, c’è razzismo, c’è fretta di vivere. Lo scenografo aveva apparecchiato la tavola in cui Fortunata e sua figlia stanno per mangiare i bastoncini di pesce. Non era realistico: “Togli tutto- ho detto- metti un piatto e via».

Thierry Fremaux, storico delegato generale di Cannes, ha detto che il suo film è una sorta di Mamma Roma e che Trinca ricorda Anna Magnani.
«Non sono così ingenuo o presuntuoso da paragonarmi a quel cinema, ma certo, a quella maniera altissima di raccontare la miseria abbiamo pensato rivedendo Vangelo Secondo Matteo o Accattone in cui Pasolini fa camminare Citti per strada, gli monta sotto Vivaldi o Mozart e trasforma i pezzenti di retroguardia in letteratura».

I colori nel film sono basilari.
«Perché il dramma può essere luminosissimo, in Fortunata c’è energia, vita, fuoco, ma è un film che non si allinea al realismo corrente o al documentarismo perché oltre alla morale sociale da tanti ritenuta obbligatoria, se fai film, devi mettere di di più. In questi anni io e Margaret abbiamo deciso di “sporcarci” le mani con la poesia e l’emozione, elementi che il cinema italiano guarda con fastidio, perché si crede erroneamente che più il cinema è clinico, più è alto. Non è vero, un film serve a divulgare, a entrare in contatto con le persone, a trasmettere l’interiorità di una madre che in stato ipnotico bacia i piedi della figlia, non meno che ad ammonire sul femminicidio. È quel segreto minore, quell’angolo nascosto portato in primo piano che fa sentire vicina la spettatrice e le dà la sensazione che tu ti rivolga proprio a lei».

Tor Pignattara somiglia al west e Trinca a Calamity Jane.
«È quello che dice Margaret: “Fortunata è una specie di western con una pistolera al posto di un pistolero” e la nostra pistolera non è né buona né simpatica. Vuole il suo negozio, ha le sue megalomanie, le sue durezze e una volta chiuso il cerchio non diventerà un angelo, ma rimarrà la stessa stronza di prima».

Fortunata ha un rapporto quasi ombelicale con sua figlia.
«Una figlia che anche per il linguaggio ascoltato quotidianamente sull’altro da noi- “i cinesi, i negri, “l’arabbi”- conosce a memoria i codici della brutalità, anche semantica. Quando la madre le dice che i cinesi vanno ascoltati perché sono i padroni del mondo, lei, senza innocenza, risponde che se sono davvero tali le ruberanno presto il negozio. In quel drammatico luna park che è la vita, in coda al racconto, queste due donne così diverse per età, saliranno in carrozza e arrogantemente saranno in grado di guardare davanti a loro, a un orizzonte possibile. Non volevamo replicare Brutti, sporchi e cattivi e non volevamo raccontare soltanto l’orrore, ma anche la forza di un patto e di un abbraccio. Volevo che uscisse fuori una storia pop-popolare».

Nessuno si salva da solo era un suo film. Chi ha salvato lei?
«Anche a costo di essere retorico e sentimentale, ho avuto la fortuna di incontrare una persona, Margaret, che ha rappresentato, l’autentico deragliamento, la vera rivoluzione e il capolavoro della mia vita. Questo costruire figli, relazioni, lavoro, film, incubi è stato magnifico. Se ti capita un incontro del genere risolvi gran parte dei tuoi problemi e li risolvi per sempre. Anche nel film. Io ero stravolto e a fine riprese sono volato a Londra. Lei è entrata in moviola e ha ricostruito tutto togliendo le urla e lasciando solo emozioni, con sapiente controllo della materia».

Qual è il segreto del sodalizio?
«Aver avvicinato due solitudini e due grandi fragilità».

Si sentiva fragile?
«Credo che per un artista sia una grande qualità, non esserlo significa non sentire, non percepire, non avere la pelle aperta. Se non sai fragile cosa sei? Se non sei insicuro chi sei? Come puoi dirti sicuro e poi inventare una roba?».

Lei a 30 anni come si sentiva?
«Ero solo, profondamente solo perché quando cominci sei sempre solo. Ma di quella solitudine non avevo paura perché a trent’anni sai come godertela. Ero l’attore emergente, poi alla fine sono emerso davvero».

Ora è quasi venerato maestro.
«I miei figli provano a farmi sentire il solito stronzo e spesso ci riescono, ma sono arrivato a un punto della vita in cui so giudicarmi. So che ho fatto le mie cazzate, non mi considero perfetto e non ho più paura di perdere niente, a iniziare dal successo. Victor Hugo, che un po’ ne aveva avuto, dice una cosa sublime: “il successo è una cosa piuttosto lurida, la sua falsa somiglianza con il merito inganna gli uomini».

Lei pensa di averlo meritato?
«Assolutamente sì e lo dico con coscienza, non con alterigia o mitomania, la vera malattia del nostro secolo. Lo dico come uno scienziato. Ho le prove. Potrebbe svanire tutto e saprei che posso ricominciare altrove, fare altro».

Da ragazzo lavorò nei giornali.
«Alla Parrini & C. ero la persona deputata a decidere le copie da spedire nelle edicole. Vigilavo sulle rese e sulle vendite di un vasto universo che andava da Playboy a Lotta Continua».

C’era Roma ieri, c’è Roma oggi.
«Parlarne oggi è come sparare sulla Croce Rossa, è impossibile non vedere il disastro ambientale e politico. Stanno facendo di tutto per farci scappare, la gente è disillusa, diffidente, inferocita, depressa, c’è questa maleducazione sindacale, alla quale siamo assuefatti. Se fai passare uno per strada ti guardano sorpresi, come se vedessero un marziano. La politica ha fallito, siamo di fronte a mesi di campagna elettorale che probabilmente non produrranno un governo in grado di legiferare e Roma è in mezzo, implosa, pronta a sprofondare su se stessa. Altro che Venezia».

La politica diceva.
«Siamo al paradosso, al grottesco, alla demagogia, all’affermare “Aridatece il puzzone”, a pensare che se la sinistra non avesse fatto la guerra a Berlusconi forse avremmo guadagnato 25 anni. E avremmo ancora una sinistra che vince a Tor Pignattara e perde ai Parioli. Comunque Berlusconi ci faceva piangere, ma ci ha fatto anche tanto ridere e dava lavoro a centinaia di migliaia di persone, pagando- va detto- sempre tutti fino all’ultima lira».

Chi è stato il suo mentore?
«Ettore Scola. Uno zio- padre fondamentale che ti diceva la cose e te le appoggiava sul tavolo, come una mancia. Non i sermoni magari, ma le battute. E dietro quella battuta c’era una visione del mondo. Ettore era più sofferente, più psicologicamente complesso e drammatico di quanto la sua apparente ironia non facesse pensare».

Lei disse di essere cresciuto nel nome di una trinità.
«I miei mi dicevano “studia, lavora e non rompere i coglioni”. Oggi, anni dopo, mi piacerebbe modificarla».

Dica pure.
«Studia lavora e non farti rompere i coglioni».

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Domenica 14 Maggio 2017 - Ultimo aggiornamento: 17-05-2017 18:44

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