Arrabal il provocatore: «Io, nato per stupire»

Lunedì 14 Gennaio 2013 di Elisabetta Pintor
Fernando Arrabal, 80 anni, non alto, estremamente vitale, ha diretto 7 film, ha pubblicato oltre 100 testi teatrali, 14 romanzi, 800 raccolte di poesie e molti saggi, la nota Lettera a Franco quando il dittatore era ancora in vita (un episodio dell’infanzia ha segnato per sempre la sua vita: l’arresto e la sparizione del padre che si era opposto al dittatore). Di lui si dice sia l’erede artistico della lucidit di Kafka e dell’umorismo di Jarry. Per la sua violenza viene paragonato a Sade e Artaud.
Su quale personaggio storico scriverebbe?

«Unicamente su Wittgenstein e Stalin. Gli altri, per ora... su nessuno, neppure sul commovente Attila innamorato alla fine della propria vita. Quando il dono delle lacrime gli fece il regalo di sciogliersi in pianto».



Un periodo in cui le sarebbe piaciuto vivere?

«Nel Big-Bang. O convivendo con lo Stalin adolescente superdotato e fervente seminarista di Tiflis».



Chi ammira?

«Mio padre (primo martire e santo del 17 giugno del 1936 a Melilla, ndr)».



Se avesse potere illimitato che cosa farebbe per prima cosa?

«Eliminarlo. La politica come fallimento è un trionfo».



La inquieta la sua longevità?

«La vecchiaia è zeppa di meandri, piani sequenza e sorprese. Ma mai di punto in bianco».



Perché ha ricevuto tanti premi incluso il Pasolini e il Nabokov?

«Molti sono i premi... Molti sono i peccati, ma quanto pochi quelli commessi».



La sua anima?

«Va per le nuvole con le stelle».



Perché è famoso per i suoi interventi alla televisione spagnola?

«La fama è l’oppio dei trionfatori, perché dongiovannizza».



Chi le sarebbe piaciuto essere?

«Sono un’istallazione della mia circostanza. Mio padre rappresentò il capro espiatorio: un gabbiano senza sottomarini».



Il potere culturale ha sesso?

«Per questo comunica con il burqa».



Quali dei suoi arrabaleschi e definizioni crede che dovrebbero far parte del dizionario della Real Accademia Española?

«Non sembra che si possano stabilire vasi comunicanti tra entrambi... Che un cammello passi per la cruna di un ago è meno infrequente che trovare il cammelliere che tentò di farlo».



Lei che ha conosciuto Picasso...

«Tutto ciò che io posso dire di Picasso avrà ancor meno trascendenza di quello che opinò l’antipicassiano ministro repubblicano Ucelay nel 1937».



Era geniale?

«Era, lo si è ripetuto, geniale. L’entusiasmante Jacqueline (Picasso) con cortesia fingeva di essere tanto stalinista come lui».



Wall Street interviene nella qualità della cultura?

«Vive ogni giorno di più aliena. E’ un santuario religioso. Celebra il miracolo del fare denaro dal denaro».



Ha reinventato la provocazione cinematografica come ha scritto The Village Voice?

«La provocazione è infantile, centripeta e aleatoria. Non si accoltella con il raggio di una nuvola».



Che cosa l’ha spinta a scrivere?

«E’ accaduto da bambino vincendo il concorso di superdotati nel 1941, a Madrid. Avrebbero dovuto congelarmi».



Che rapporto ha con Pynchon, David Lynch, Kundera o Houellebecq?

«Con un rapporto minore Archimede avrebbe sollevato la terra. Ma neppure inzuppiamo i churros nello Chanel n°5».



E’ già una leggenda l’episodio che vede lei e Italo Calvino a New York correre per andare a vedere l’inizio di una partita di scacchi tra campioni mondiali.

«Calvino fu infinitamente migliore come scrittore che come scacchista».



Che cosa potrebbe giustificare la menzogna?

«Niente. E’ una componente inutile con l’ira suicida di sé stessi».



Crede realmente che l’essere umano vada verso l’inevitabile fine e al trionfo della violenza come mostra il cinema di oggi?

«Viviamo tempi di eccellente miopia. Uccidere per piacere sembra peggiore che farlo per ideale».

Il New York Times ha scritto che lei è l’ultimo sopravvissuto dei tre movimenti della modernità: panico, surrealismo e Collège de Pataphisique.

«Nel gruppo surrealista sono solo rimasto tre anni. Neppure un millennio».



Come era artisticamente allora quel gruppo?

«Era formato dal crocchio dei ribelli più scapigliati di allora».



E in quel gruppo Jodorowsky, Topor e lei?

«Noi tre eravamo considerati gli scapigliati degli scapigliati. Per puro autismo».



Si pretende che lei sia un adepto della confusione.

«Tutto il contrario: sono quasi fanatico dell’esattezza, degli scacchi e della scienza».



Il Collège de Pataphisique perché l’ha nominata primo e unico cineasta Trascendente Satrapo?

«Immeritatamente. E ingiustamente».



Tra i Trascendenti Satrapi ancora in vita Eco, Fo, Benoit Mandelbrot e lei?

«Sfortunatamente è appena deceduto Baudrillard. E anni prima gli insostituibili T.S.Marcel Duchamp, Ionesco, Man Ray».



E’ anarchico?

«Ricordo la replica politica di Sancho Panza: né tolgo né metto re, servo me stesso che sono il mio signore».



Lei dice che non è emigrante ma desterrado, cioè mezzo esiliato-mezzo espatriato.

«Non ho radici. Dispongo di gambe. Sono di Desterrolandia, il mio Paese immaginario».



Che cosa pensa del tempo?

«Il mondo è rotatorio. Presto viaggeremo per il Tempo. E’ solo una questione di presupposti».



Che cosa è surrealismo?

«Se la politica non fosse tanto stomachevole non ci sarebbero né poeti maledetti né soldati sconosciuti».



Si compiace della sua condizione di essere incomprensibile?

«I censori e gli inquisitori sì che mi comprendono rumorosamente e clamorosamente».



Sfida il teatro con i dilemmi?

«Solo i ricci di mare volano quando viene giù l’apocalisse».



Se Dio le avesse dato meno neuroni e più bellezza?

«Da puro speciale quale sono neanche riesco ad assomigliare a me stesso... ahimé». Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio, 15:58 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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