Scorsese omaggia i fratelli Taviani: «Con loro i momenti migliori della mia vita»

Mercoledì 24 Ottobre 2018 di Alessandro Di Liegro
«Alla fine degli anni 70, Paolo, Vittorio, Lina e Carlo sono stati così cari con me, nel modo in cui mi hanno accolto in Italia allora, e come mi hanno aperto le loro case. Sono stati così pazienti, dei veri amici, quelli passati con loro sono stati i migliori momenti della mia vita». È un commosso Martin Scorsese, sul palco della Sala Sinopoli, a presentare la versione restaurata di “San Michele aveva un gallo”, film del 1972 dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, trasposizione cinematografica del racconto di Tolstoj “L'umano e il divino”, realizzata grazie alla sua Fondazione, con la collaborazione del Centro Sperimentale di Cinematografia e la Fondazione Cinema per Roma.

«Il cinema italiano ha avuto un ruolo fondamentale per me per diventare cineasta, non so se sarei diventato un regista se non avessi visto De Sica, Rossellini, De santis e gli altri neorealisti», ha affermato Scorsese poco prima di raccontare di aver conosciuto il lavoro dei fratelli Taviani grazie a “Padre padrone”, Palma d'oro a Cannes premiati da Rossellini (anzi, “unti”, come dice lo stesso Scorsese), e di aver approfondito la loro opera dai primi film fino a “Cesare deve morire”: «Ogni volta che vedo un loro film mi lascia con impatto emotivo profondo. Il loro lavoro è diverso da qualsiasi altra cosa abbia visto. È moderno, qualcosa di nuovo, per me hanno fatto dei film bellissimi». Prima, l'incontro con gli studenti di cinema, appassionati e commossi dal poter apprendere dalla voce di Scorsese alcuni dei segreti del suo cinema, battagliero nel proclamare la necessità di sostegno ai giovani cineasti: «In Italia ci sono giovani cineasti straordinari, ma che sostegno ricevono? I film devono essere visti al di là dei computer. Si possono fare film ma devono essere visti perché il resto del mondo deve farne esperienza – ha detto il regista – Hollywood non è più come quella in cui lavoravo da giovane. È stata come la fine dell'Impero Romano in cui le tribù hanno approfittato della decadenza. Alla fine ho dovuto fermarmi, ho perso ogni sostegno e ho dovuto ricominciare da capo con il film “Afterhours” (Fuori Orario) per imaprare come fare film senza budget straordinari». «Non lasciare che la nuova rivoluzione industriale distrugga la spinta iniziale del cinema come arte. Questo deve venire dal sostegno di coloro che hanno il potere oppure i giovani devono protestare per garantire che vi sia», ha sentenziato con vigore.

Ha ammesso di non amare rivedere i propri film: «È già una sofferenza farli» scherza, e ha ricordato dell'incontro con Kurosawa: «Mi ha dato dieci minuti per parlargli di una petizione a favore dei giovani cineasti. Io gli parlavo velocissimo per non perdere tempo e lui mi guardava immobile, con l'orologio sul tavolo per assicurarsi che fossero solo 10 minuti. Dopo anni ha chiesto a Coppola di contattarmi per il ruolo di Van Gogh perché era rimasto colpito dal mio vigore».

Ha spiegato il modo in cui le sceneggiature prendono vita per diventare film: «Facciamo molte prove. Per “The Irishman” ci siamo seduti con De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, con cui ci conosciamo da decenni, e parliamo, non dobbiamo neanche leggere. Qualcuno ha un'idea e la buttiamo già. Mi piace tenere aperto il set, si tratta di riempire spazi vuoti. È un rischio ma bisogna essere bravi a dare una forma alle sperimentazioni», fino ad arrivare a parlare delle nuove serie televisive: «Ho iniziato a fare film per la tv perché mi sembrava un nuovo linguaggio. È una nuova forma, all'inizio ne sono stato totalmente affascinato per sviluppo della narrativa e del personaggio, purtroppo non avevo modo di proseguire con Vynil, sarebbe stato un impegno che mi avrebbe preso per tutta la vita e non me la sentivo». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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