Quota 100 e Reddito/ Quei totem da abbattere per stimolare la crescita

Venerdì 31 Gennaio 2020 di
Chiuse le urne in Emilia-Romagna e in Calabria, e in attesa che vengano a breve di nuovo riaperte per il referendum costituzionale e la prossima tornata elettorale regionale e amministrativa, è cominciata ieri la cosiddetta “verifica” del governo Conte bis. 

Rilancio che, dall’esterno, avrà un senso solo se interesserà non soltanto il governo ma l’intero Paese. E quindi se avrà come effetto quella necessaria scossa all’economia che da tempo tutti promettono ma nessuno è riuscito a concretizzare. I dati Istat sull’occupazione di qualche settimana fa - peraltro già ridimensionati dalle statistiche più recenti - hanno sollevato fin troppi ottimismi ingiustificati, proprio perché non supportati da buone notizie su altri indicatori fondamentali: per esempio, una crescita economica che continua a limitarsi a pochi decimali e comunque ci colloca all’ultimo posto in Europa. 

Lo ha ribadito anche recentemente il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), forse non la più simpatica fra le istituzioni, certo: ma dotata di quella necessaria visione tecnica che permette di distinguere ciò che sarebbe giusto fare da quello che invece conviene a livello elettorale. Emergono due misure simboliche da rivedere.

Ebbene, proprio con uno sguardo sia agli esiti elettorali sia alle osservazioni del Fondo, emergono due misure simboliche da rivedere per segnare la necessaria discontinuità, vale a dire il Reddito di cittadinanza e la cosiddetta “Quota 100” delle pensioni. Per quanto riguarda la prima misura, non ci voleva certo un osservatore internazionale per certificare che no, la povertà non è stata abolita. Resta fuori di dubbio che ci fosse bisogno di misure universali a contrasto della povertà; allo stesso modo, è altrettanto indubbio che il disegno originario del reddito di cittadinanza avesse diversi difetti: troppo assistenziale (disincentiva la ricerca di lavoro) e troppo penalizzante per le famiglie numerose (un controsenso, visto che la povertà cresce al crescere del numero di figli). Senza che la si debba cancellare, questa misura può essere migliorata proprio lungo queste due direzioni. 

Un recente intervento del viceministro all’Economia, Antonio Misiani (Partito democratico), fa sperare, ipotizzando una più stretta correlazione tra percezione del reddito e partecipazione a politiche attive del lavoro. Tuttavia, dal punto di vista degli equilibri politici, si tratta della sfida più difficile, in quanto questo primo totem del governo precedente ha un’evidente caratterizzazione da parte del Movimento 5 Stelle. 

Non ci stupirebbe se la disponibilità del Movimento ad aggiustare il tiro sul reddito di cittadinanza fosse compensata da una presa di posizione netta del Partito democratico a favore del referendum sul taglio dei parlamentari, altro grande cavallo di battaglia dei pentastellati. Meno problematico, in quanto totem di marca leghista, seppur con possibili ripercussioni elettorali, è lo smantellamento di “Quota 100”, un vero danno fatto al paese, sia dal punto di vista dell’equità che da quello della spesa pubblica. 

Ha infatti creato e continuerà a creare immotivate differenze tre generazioni lontane e anche vicine (tra chi rientra in Quota 100 e chi no); inoltre, dopo la sistemata ai conti previdenziali nel 2011 a cura di Elsa Fornero, questo anticipo pensionistico segna una pericoloso passo indietro. Ovviamente, anche in questo caso sarebbe meglio agire in maniera sì graduale ma anche veloce, così da inviare il giusto messaggio al paese. E cioè che questa maggioranza vuole investire su speranza e futuro e non su privilegi acquisiti e assistenza. 

Un’ occasione sia per il Partito democratico di far riemergere l’ anima riformista, e fronteggiare la concorrenza al centro di Renzi, Calenda e Forza Italia, sia per il Movimento 5 Stelle, che deve ancora superare il test di come si governi garantendo risposte dopo promesse più realistiche. Certo, l’elenco delle discontinuità non si esaurisce qui: da un approccio più pacato al tema del rinnovo delle concessioni autostradali, a quello di uno stimolo nella politica industriale meno ideologico e più strategico, dalla vera riforma dell’Irpef alla gestione dell’aumento dell’Iva, i nodi al pettine da affrontare e che potranno permettere al paese di rialzarsi nei prossimi mesi sono parecchi. 

E, visto che per i politici quella elettorale sembra essere la preoccupazione principale, basti ricordare che tante possono essere le determinanti di una vittoria elettorale, ma poche sono evidenti come il ciclo economico positivo: investa il governo sulla crescita del paese e forse le prossime elezioni avranno un esito meno scontato di quanto non appaia ora.
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