Giulio Sapelli
Giulio Sapelli

Rischi per l’Europa/ Dazi, la guerra delle imprese che trascina America e Cina

Martedì 6 Agosto 2019 di Giulio Sapelli
Le guerre commerciali su scala mondiale hanno sostituito le guerre militari? È un interrogativo che dobbiamo porci in forma non superficiale e contingente ma nella prospettiva di comprendere le trasformazioni in atto e quelle future del potere delle nazioni e insieme delle grandi imprese che modellano con le loro strategie gli stessi Stati e condizionano l’evolversi storico degli insediamenti umani.

Quando gli Stati coinvolti in un confronto commerciale sono veri e propri continenti, come la Cina e gli Stati Uniti, l‘interrogativo può divenire drammatico e nel contempo disvelare il vero volto della storia. La Cina reagisce alle dichiarazioni di Trump ampliando l’elenco delle merci sottoposte a dazi punitivi ma nel contempo compie quella mossa che è precipuamente nelle mani dello Stato: svaluta la moneta. Lo yuan perderà di valore per favorire le esportazioni cinesi e questo è un evento che veramente segna una svolta epocale. 

Nel 1985 gli Usa riunirono al “Plaza” di New York i banchieri centrali e i ministri di tutto il mondo e imposero ai giapponesi di rivalutare lo yen che stava pericolosamente svalutandosi e poneva in pericolo il dominio americano sul commercio mondiale. Del resto circa quindici anni prima, nel 1971, il Nordamerica aveva posto fine agli accordi di Bretton Woods.
E aveva poi dichiarato che il dollaro non avrebbe più continuato a sostituire l’oro come moneta di riferimento del sistema internazionale dei cambi.

Rapidamente gli Stati Uniti avevano usato la spada per fare del dollaro un problema degli altri e non loro. La stessa cosa cerca di fare oggi la Cina. È una sfida di potenza inaudita sino a pochi anni or sono e che deve ancora essere studiata a fondo per essere ben compresa. Forse è un atto disperato: l’economia cinese al momento pare poter contare solo sulla sua dimensione demografica. Ma forse è un enfisema, non uno stato di buona salute l’indice tecnologico di Shangai, lo Star, che è piombato nel caos più totale per mala governance. E la grande borghesia cinese, imprenditoriale e finanziaria, è sempre più insofferente del dominio del partito unico che nonostante la repressione o forse proprio per questo non riesce a rimettere in moto la macchina economica.

Per contro gli Usa sono una nazione divisa su tutto, in cui vacillano i cardini istituzionali. Si veda l’attacco di Trump all’indipendenza della banca centrale, la Fed, che si vede contestato il governatore in forma ben diversa dal passato: con i tweet dilaceranti inviati a Borse aperte e non con i felpati passi del soft power come si è sempre fatto.
Del resto Trump annuncia in questo modo anche le guerre commerciali in uno “stop and go” lacerante. I problemi però sono reali: è in atto una guerra che prima che commerciale è un confronto per il dominio tecnologico mondiale e gli Usa non possono assolutamente perdere la posta in gioco. La Cina ha lanciato la sfida non solo sul piano commerciale ma anche su quello militare con il rafforzamento della marina (come sempre è accaduto nella storia mondiale quando una potenza emergente sfida gli equilibri esistenti) e con la cosiddetta “Via della seta”, che altro non è che imperialismo da debito e sfida militare all’Occidente tutto intero.

Gli Stati Uniti hanno una formidabile arma di risposta alla minaccia cinese: diversificare i fornitori e i mercati in primo luogo in un’Asia che dietro il miracolo economico vietnamita sta ridisegnando tutte le “supply Chain” non solo asiatiche ma mondiali. Per questo la Cina, che fa il viso duro, è una tigre di carta soprattutto nei confronti degli Stati Uniti, che tutto sono meno che una potenza esportatrice come ci insegna l’economia industriale applicata alla geografia. Essi sono invece una formidabile società importatrice che si fonda sull’ampliamento assai stabile di un mercato interno immenso e variegatissimo.

I pericoli esistono invece per l’Europa, che ha condotto una politica di accanito protezionismo contro tutto il mondo con esiti disastrosi (evviva il recente trattato commerciale con il Mercosur che pone fine a una politica dissennata nei confronti di un’America del Sud con cui l’Europa ha legami storici, culturali ed economici profondissimi). L’unica eccezione che si è sempre fatta è stata quella nei confronti della Cina, a conferma soprattutto della vocazione anti Atlantica delle grandi potenze europee, Germania in primis, come ci documenta la vicenda dei nostri sistemi manifatturieri dell’automobile e dell’acciaio che sono ora disarmati dinanzi alle aperture verso la Cina e la mai veramente ricercata integrazione virtuosa con i sistemi manifatturieri nord americani.

E la stessa cosa si dovrebbe dire per le filiere agricole e dell’industria alimentare. È importante porre in questo contesto globale la vicenda del confronto tra Cina e Usa perché oggi il commercio mondiale è sempre più confronto e scambio tra filiere d’impresa e tra imprese piuttosto che tra Stati. E tale rimane e rimarrà nonostante il monopolio statale sulla moneta e sull’imposizione fiscale. È per questo che oggi il confronto militare è più lontano di un tempo. Ma non impossibile quando è la tecnologia a costituire l’oggetto del contendere.

Per questo - visto che il controllo della tecnologia altro non è che il controllo e la manifestazione del potere - il potere mondiale rischia pur sempre anche oggi di cadere nell’abisso del confronto militare. Per questo è bene non giocare con gli equilibri di potenza con Twitter a Borse aperte. Abbiamo visto ciò che accade negli indici azionari. È bene quindi fermarsi e non sfidare troppo il destino giocando con le sorti del mondo. Ultimo aggiornamento: 00:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA