Carlo Nordio
Carlo Nordio

Durata dei processi/ Le ambiguità irrisolte nello scambio sulla giustizia

Venerdì 6 Dicembre 2019 di Carlo Nordio
Pare che il governo, e la legislatura, non cadranno a causa del conflitto emerso nella maggioranza sulla legge che sospende la prescrizione. La politica è l’arte del possibile e anche dell’impossibile, e nulla impedisce che le parti invertano i ruoli e si confondano in una ennesima transazione compromissoria, arbitrata da un premier che si è sempre definito soprattutto un avvocato.

Sappiamo che le parti si sono avvicinate e che un compromesso sarebbe all’orizzonte sulla riforma del processo breve. I grillini insistono sull’entrata in vigore immediata; i democratici la subordinano all’approvazione di una riforma del processo penale; i renziani, consapevoli che questa riforma è di là da venire, si dicono pronti a votare con l’opposizione per un rinvio. 

Qualcuno può anche pensare, e molti lo pensano, che il dissenso della vigilia occulti un più generale sfaldamento della maggioranza, nel cui ambito si affronterebbero due forze: l’una decisa a stare al proprio posto per “il bene del paese” o, come insinuano i maligni, per salvare la poltrona; l’altra convinta che la corda, ormai troppo tirata, si debba spezzare, per non arrivare logorati alle prossime elezioni regionali e comunque per non assecondare un inarrestabile declino lasciando il posto a nuove formazioni più o meno spontanee.

Non intendiamo attribuirci funzioni oracolari davanti all’ enigma avvolto in un indovinello dentro un mistero che è oggi la nostra direzione politica. Ma ci preme sottolineare che, ancora una volta, il contrasto più dirimente si è acceso sulla giustizia. Ma mentre un tempo gli schieramenti erano, sia pur grossolanamente, identificabili e definibili, oggi il tradizionale binomio tra la sinistra giustizialista e la destra del Cavaliere, può dirsi sfumato.
Ne è esempio lo stesso ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che, pur nella sua concezione essenzialmente giacobina, ha proposto il sorteggio dei membri del Csm, tesi che i magistrati respingono con orrore e che a suo tempo è stata sostenuta da varie formazioni garantiste. D’altro canto, contro questa mostruosità della prescrizione si sono pronunciati illustrissimi giuristi mai sospettati, né sospettabili, di simpatie berlusconiane. 

Tutto questo avviene mentre la credibilità della nostra Giustizia è caduta a livelli algebrici: lo Stato non riesce a recuperare i miliardi delle multe irrogate ai condannati; inchieste lunghe e costose si concludono con generalizzate archiviazioni; il destino della più grande acciaieria italiana è ipotecato da due inchieste giudiziarie virtualmente incompatibili, con la prospettiva bizzarra che la soluzione venga demandata al tribunale civile; Renzi, e non solo, lui, guarda perplesso a centinaia di perquisizioni presso terzi non indagati; mentre tutti aspettano l’esito dell’inchiesta che ha decapitato il Csm, e che dopo le fulminanti rivelazioni sul giudice Palamara si è assopita in un limbo insondabile. 

In questo deplorevole sfacelo, che tra l’altro ci costa quasi due punti di Pil, raziocinio vorrebbe che la politica si attivasse ad abbreviare i processi penali e civili, render più certe le sanzioni, evitare le inchieste evanescenti e le intercettazioni invasive, modificare la carcerazione preventiva, eliminare i reati inutili, cambiare un codice penale firmato da Mussolini, e tante altre cose, per coniugare le garanzie degli imputati con quelle delle vittime. Ecco invece che si impantana in una questione che per coscienza civica e vincolo costituzionale dovrebbe essere semplicemente rimossa: perché, ripetiamolo, con questa riforma sulla prescrizione, i processi si allungheranno all’infinito. 

Ben più grave di questa conseguenza devastante, è comunque l’atteggiamento ondivago del governo. Il premier Conte e il ministro Bonafede avevano solennemente promesso che questa riforma sarebbe stata contestualmente accompagnata da quella volta a ridurre i tempi processuali, mentre ora pare viaggiare da sola. Mancare alla parola data, non è una bella cosa, neanche nello spregiudicato anfiteatro della politica.

Prendiamo dunque per buona l’intenzione del compromesso che arriverebbe a consegnare entro l’anno un impegno solenne che accompagni la prescrizione lunga al processo breve. Di sicuro, se realizzata, sarebbe un segno di ravvedimento. Che poi sia dettata più dall’istinto di sopravvivere dei governanti o da un soprassalto garantista del Pd, poco importa. L’importante è che sia messa nero su bianco e che spazzi il campo dalle troppe ambiguità culturali sulla giustizia dei rosso-gialli. E che metta al riparo i cittadini dal terribile rischio di una doppia mannaia.  Ultimo aggiornamento: 00:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA