Giorgio Ursicino
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di Giorgio Ursicino

Auto elettrica, perché in Italia non decolla? Dal gap con la Germania al nodo colonnine, ecco cosa accade

Auto elettrica, perché in Italia non decolla? Dal gap con la Germania, al nodo colonnine ecco cosa accade
di Giorgio Ursicino
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Giovedì 13 Ottobre 2022, 09:37 - Ultimo aggiornamento: 15 Ottobre, 13:32

C’è un altro delicato dossier del quale il nuovo governo si dovrà necessariamente occupare. Certo, non è urgente come il caro-bollette o la legge di bilancio. Influenza però da vicino aspetti strategici come i cambiamenti climatici, l’innalzamento della temperatura e la qualità dell’aria nelle nostre città dove vive la maggioranza delle persone. Tutti temi che, prima delle recenti emergenze, erano in testa alla lista delle priorità. Non solo nazionali, ma anche europee e, addirittura, globali. In più ha ricadute economiche e sociali tutt’altro che trascurabili perché riguarda un comparto che può valere punti di Pil ed incide sul modo di vivere della gente che, giustamente, considera la mobilità un “diritto inalienabile”. L’auto e dintorni nell’ultimo secolo ha sempre avuto un posto al sole nella vita del nostro paese e bisogna trattarla con il rispetto che merita se vogliamo continuare ad avere una quotidianità abbastanza elevata. Negli ultimi anni gli esecutivi non hanno avuto modo di dedicarci troppe attenzioni.

L’ultimo treno, però, sta passando e, se vogliamo evitare di allagare troppo la forbice con paesi nostri concorrenti, si è accesa la spia per prendere il dossier per le corna. Il ragionamento è semplice e non sfiora le ultime, sterili, polemiche sul futuro che verrà. Neanche i petrolieri più incalliti ormai osano negare che il domani sarà dei veicoli elettrici. I costruttori solo su questi stanno investendo e lavorando, semplicemente perché sono uno step più avanzato nello scenario del progresso. I motori termici hanno scalzato quelli a vapore e quelli ad elettroni sono pronti a prendere il posto dei primi. Quando avverrà il passaggio di testimone in modo totale non si sa, ma è sicuro che succederà. Il divieto di vendita dal 2035 nell’Unione Europea, approvato all’unanimità dal Consiglio di tutti i paesi, dopo aver avuto il via libera della Commissione e dal Parlamento di Strasburgo, è solo un passaggio.

Anche se fosse stato accolto l’emendamento proposto da qualcuno (fra cui l’Italia) sarebbe cambiato meno di nulla. Per la grande industria non c’è nessuna differenza se un mercato non esiste più o ha una deroga, marginale e temporanea, per solo il 10% delle vendite. Per questo che quasi tutti i costruttori hanno annunciato che dopo il 2030 non avranno più in listino vetture col propulsore a scoppio. Ma, come dicevamo, occuparsi di aspetti marginali che riguardano il prossimo decennio è un aspetto puramente accademico, conviene restare con i piedi per terra e parlare di quello che è già accaduto, magari un panorama fresco che riguarda i più recenti dati disponibili, i primi otto mesi di quest’anno, da gennaio a fine agosto. Cose già in essere che incidono sull’ambiente e la salute e, girare lo sguardo dall’altra parte, è una grave mancanza di attenzione e sensibilità.

In Germania le auto con la spina (elettriche e ibride plug-in) nel 2022 sono state quasi una su tre (il 27% sul totale), in Italia poco più di una su venti (il 7,5%). Ci sarà qualche differenza? Viene in mente: i soliti tedeschi, i primi della classe che fanno sempre fughe in avanti. Non è così. Francia e Gran Bretagna (una nell’UE, l’altra no), non sono molto staccate da Berlino e la loro share delle “ricaricabili” si aggira su una a cinque. Meglio di noi fa anche la Spagna, paese dietro sia per tradizione automobilistica che per potenza economica. Il risultato? Semplice. Noi abbiamo uno dei parchi circolanti più di grandi e più vecchi d’Europa e il tasso di sostituzione con prodotti ecologici, non fra dieci anni ma ora, quasi inesistente. Per questo il delta fra l’atmosfera nelle metropoli tricolori in relazione a quella di altre realtà nel Continente va costantemente peggiorando.

Non abbiamo mai fatto un piano strategico di colonnine di ricarica, prevedendo quante ne servono, dove e quando. Lasciando tutto all’iniziativa privata. Inoltre, soprattutto quest’anno, abbiamo fallito gli ecobonus, introducendo incentivi che disincentivano. E nel 2022 la quantità di auto ricaricabili è già in netto calo rispetto all’anno scorso. Nel 2021 gli ecobonus hanno funzionato, erano abbastanza corposi, fino ad 8 mila euro in presenza di rottamazione. Ora, invece, sono stati dimezzati. Ma il mercato non è tonto, ha la memoria d’elefante. Pochi acquistano un’auto che, se l’avessero fatto prima, potevano avere il doppio dell’aiuto. Risultato, le vendite non sono aumentate ma diminuite e i fondi disponibili restano inutilizzati.

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Ad agosto si è cercato di porre rimedio, ma sembra ci sia una certa incapacità a prevedere cosa accadrà, forse perché non si conosce a sufficienza la materia del contendere. Ora, a distanza di due mesi, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Dpcm del 4 agosto che modifica gli incentivi. Sarà, ma l’impressione è che, ancora una volta, cambierà ben poco. Sono stati estesi gli ecobonus anche alle persone giuridiche per allargare il campo al noleggio a lungo termine che vale il 20% delle vendite totali. Ed è stato alzato l’importo per scuotere la domanda. I limiti autoimposti, però, rischiano di rendere vano il tentativo. La cifra destinata a Nlt è irrisoria, appena 20 milioni di euro. L’ecobonus rinforzato (anche del 50%) è riservato a chi ha un Ise non sufficiente a pagare neanche la bollette impazzite. Così, il numero di auto che rispettano l’habitat rimarrà incredibilmente basso con danni per tutti, non solo in prospettiva, ma soprattutto adesso.

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