Roma, il "miracolo" del Pino della Domus Aurea: rinasce l'albero arrivato dall'Himalaya

Storia dell’albero gigante che vive sopra la Domus Aurea, destinato a morire, ma che per un “miracolo” botanico è riuscito a rinascere, lasciando in eredità alle ville storiche di Roma i suoi “figlioletti”. È arrivato da molto lontano, dalle vette cristallizzate dell’Himalaya, portato a Roma - almeno secondo una cronaca accarezzata dalla leggenda - in uno zaino, oltre ottant’anni fa, dall’esploratore Giuseppe Tucci (inviato speciale di Mussolini, grande studioso del Tibet, e fondatore del Museo d’arte Orientale). Un Pinus Roxburghii che nel 1936 faceva già bella mostra di sè all’inaugurazione del giardino storico del Colle Oppio, proprio sopra la Domus Aurea. Poi è cresciuto, immenso, oltre venti metri d’altezza di eleganti fronde, cinquanta quintali di peso, un’estensione radicale di cinquanta metri di diametro.

Uno spettacolo, ma anche un pericolo per la reggia di Nerone: le sue radici abbracciano ormai da anni il sottostante ninfeo di Ulisse e Polifemo, a tal punto da stritolarlo. «Le radici sciolgono e disgregano la malta di allettamento dei mattoni della sala, e se ne nutrono perché è ricca di sali minerali - spiega l’architetto paesaggista del Parco del Colosseo Gabriella Strano - In questo modo indeboliscono, provocano lacerazioni e cedimenti alle strutture murarie del monumento. Ecco perché l’albero va eliminato». E così avverrà, a fine aprile, con un ‘operazione a lungo studiata dallo staff tecnico del Ministero dei beni culturali responsabile della Domus Aurea, e condivisa soprattutto con i comitati di residenti che tanto si sono affezionati a questo titanica creatura arrivata da un altro mondo.

Ma la storia del Pino non finisce così. Per un architetto del verde come Gabriella Strano, che ha vissuto tanti anni all’ombra del gigante verde, curando i nuovi giardini “tecnologici” sul Colle Oppio che salveranno la casa di Nerone, è stata un’impresa e una sfida. Un anno di lavoro tenace: «Tutto pur di non perderlo». «Col capocantiere Umberto Barbieri abbiamo tentato per mesi di raccogliere i semi del Pino combattendo con i pappagalli che vogliono sempre mangiarli e li abbiamo ripiantati nella loro terra in piccoli semensai allestiti nel cantiere della Domus Aurea», racconta la Strano.

Tra uno scavo e un restauro, ad un certo punto, incredibilmente, sono nati. Secondo una parabola del destino che aggiunge capitoli alla storia: «Le piantine del nostro Pino sono germogliate nel giorno in cui è morta mia madre». E chiamarle “Clementina” è una scelta spontanea. «Nascere da un seme è un evento botanico - aggiunge Strano -perché il Pino Roxburghii è una pianta che per natura si adatta male alle nostre temperature, e soprattutto perché far rinascere dal seme di un esemplare che si è adattato al nostro clima significa accrescere la biodiversità della flora delle piante». Come sopravvivranno? La vita in cantiere è complicata per le piccole Clementine. Così è arrivato in pronto soccorso subito l’Orto botanico di Roma, sotto le cure di Claudio Scintu, esperto di conifere.

«All’Orto Botanico le stanno facendo crescere in un ambiente protetto - spiega la Strano - Per fortuna, perché con la nevicata e la gelata della scorsa settimana sono state messe al coperte in un ambiente protetto». Qui cresceranno fino a quando non si possono trapiantare nei giardini di Roma, tra tre anni circa. «Abbiamo già le prime richieste per questi alberi storici e pregiati». Uno resterà all’Orto Botanico, un altro sarà ripiantato nel giardino Raffaele di Vico al Colle Oppio, dove non c’è interferenza archeologica. Ancora, a Villa Pamphilj e negli altri parchi. Sono alberi col pedigree, con una storia, una loro rarità. Gli archeologi ironizzano: «Nerone ha fatto il miracolo». L’albero che muore per salvare la sua reggia e che rinasce.

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