Roma, indagato vigile-talpa che rivelava le indagini per denaro: informazioni a un pregiudicato vicino al clan Moccia

Le segnalazioni fatte a Carlo D’Aguano, proprietario di locali

Roma, indagato vigile-talpa che rivelava le indagini per denaro: informazioni a un pregiudicato vicino al clan Moccia
Rivelava notizie investigative e segrete a un imprenditore considerato vicino alla camorra dagli inquirenti. E, come compenso per questa gentilezza illegale, riceveva denaro. Un...

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Rivelava notizie investigative e segrete a un imprenditore considerato vicino alla camorra dagli inquirenti. E, come compenso per questa gentilezza illegale, riceveva denaro. Un copione già visto: l’imprenditore in questione è Carlo D’Aguano, legato al clan Moccia di Napoli, protagonista dell’inchiesta che nel giugno 2018 aveva travolto la procura di Roma, portando all’arresto di Simona Amadio, all’epoca cancelliera di un procuratore aggiunto, e di diversi poliziotti. Secondo la ricostruzione dei pm, erano tutti quanti a libro paga dell’imprenditore, che elargiva denaro per avere notizie sulle indagini a suo carico. Questa volta, a finire nei guai è un vigile del IV gruppo. Il pubblico ministero Nadia Plastina ha chiuso le indagini a suo carico: adesso l’agente rischia di finire sotto processo con l’accusa di corruzione, visto che il prossimo passo della procura potrebbe essere una richiesta di rinvio a giudizio. Sul banco degli imputati insieme a lui potrebbe esserci anche D’Aguano, indagato per lo stesso reato.

I fatti -  I fatti contestati vanno dall’aprile al maggio del 2018. Secondo la ricostruzione dei magistrati, il vigile avrebbe ricevuto un anticipo di 150 euro in contanti, «e la promessa di corresponsione di una somma più consistente» - si legge nel capo di imputazione - per fare favori all’imprenditore. Si trattava di aiuti «contrari ai doveri d’ufficio», specifica il pubblico ministero. Il casco bianco si sarebbe infatti informato con il collega titolare del fascicolo sulla pratica amministrativa che riguardava uno dei locali di D’Aguano, il Montecarlo Caffè di via Tiburtina: erano state riscontrate irregolarità che avrebbero potuto portare alla chiusura dell’attività.

Il precedente - Non era la prima volta che D’Aguano riceveva notizie coperte dal segreto investigativo e che riguardavano accertamenti a suo carico. Nel giugno 2018, la rete dell’imprenditore vicino al clan Moccia era venuta a galla, scoperchiata da una prima inchiesta della Procura. Simona Amodio, all’epoca segretaria di uno dei nove procuratori aggiunti di Roma, era finita in manette per avere spifferato informazioni riservate a D’Aguano. Per questa vicenda, la donna è stata condannata in appello a 7 anni e 6 mesi di reclusione, mentre per l’imprenditore, proprietario di diversi bar e sale slot, sono stati disposti 8 anni e 6 mesi. Erano stati condannati anche i poliziotti che, per l’accusa, avrebbero collaborato con la Amodio e con D’Aguano: tra loro c’era il compagno della donna che, all’epoca dei fatti, era addetto all’ufficio scorte della Questura di Roma.

Gli altri agenti - sei in tutto - erano in servizio nei commissariati di San Basilio e Fidene Serpentara, le zone dove D’Aguano aveva maggiore influenza. Lo scopo dell’imprenditore era ottenere in anticipo le notizie - riservate - che riguardavano le inchieste a suo carico, in modo da potersi regolare di conseguenza. E così aveva messo in piedi una rete parallela di informazione che partiva direttamente dagli uffici giudiziari della Procura e passava anche per la questura e i commissariati. Le stesse rivelazioni costate la condanna alla “talpa” di piazzale Clodio e ai suoi complici, ora potrebbero portare sul banco degli imputati anche il vigile del IV gruppo.

 

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Il Messaggero