Mondo di mezzo, la Cassazione ribalta tutto: «A Roma non era mafia»

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ROMA Crolla l'impianto accusatorio della procura di Roma. La Cassazione annulla senza rinvio la sentenza che aveva messo alla gogna la Capitale: la mafia non c'era. La coppia Massimo Carminati, l'ex Nar, e Salvatore Buzzi, il ras delle cooperative, (il rosso e il nero) non erano due boss al vertice di una cupola che governava con il metodo mafioso gli appalti della città, come ricostruito in prima battuta dagli inquirenti. Era piuttosto registi di un doppio sistema di corruzione, ma senza l'aggravante prevista dal 416 bis. La decisione è arrivata dopo una lunga camera di consiglio, durata molto più del previsto. È stato un pronunciamento sofferto, dal momento che non tutti i giudici condividevano le stesse vedute. La Cassazione ha, alla fine, dichiarato esclusa l'associazione mafiosa nel processo «Mondo di mezzo», ribaltando la sentenza d'appello. E ha alleggerito molte delle accuse contestate a Buzzi e Carminati.

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LE POSIZIONI
Al vaglio della sesta sezione penale c'era la posizione di 32 imputati, di cui 17 condannati dalla Corte d'Appello di Roma, lo scorso anno, a vario titolo per mafia (per associazione a delinquere di stampo mafioso, o con l'aggravante mafiosa o, ancora, per concorso esterno). L'accusa, mossa dalla procura di Roma, guidata dall'allora procuratore capo Giuseppe Pignatone, ruotava attorno alla costituzione di una «nuova» mafia, con tentacoli nel mondo degli appalti della Capitale. Mercoledì scorso la procura generale della Cassazione aveva chiesto la sostanziale convalida della sentenza d'appello.

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Invece, ieri, ecco il verdetto degli ermellini che ha messo la parola fine a una vicenda giudiziaria che ha scosso profondamente la Capitale, sin da quel 2 dicembre del 2014 quando spiccarono i primi arresti per corruzione, estorsione, usura e riciclaggio di denaro. Condannato a 18 anni e 4 mesi in Appello (in primo grado erano 19), Buzzi è al momento detenuto nel carcere di Tolmezzo. Per i magistrati capitolini faceva parte di una associazione che agisce con «metodo mafioso», usando «la violenza come metodo di intimidazione, per creare assoggettamento e omertà, come previsto dal 416 bis». Il «capo è Carminati, Riccardo Brugia quello militare e Buzzi quello economico».

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L'IMPIANTO ACCUSATORIO
Carminati, secondo l'accusa del pool, «sovrintendeva e coordinava tutte le attività» del clan. Da qui partiva tutto l'impianto accusatorio. Condannato a 14 anni e mezzo in Appello (erano 20 in primo grado), l'ex Nar con aderenze nella vecchia Banda della Magliana, è attualmente detenuto in regime di 41 bis nel carcere di Sassari. Ma per i giudici di Cassazione quelli messi in piedi da Buzzi e Carminati sarebbero due sistemi distinti.
Così come aveva ipotizzato in primo grado la presidente della decima sezione penale, Rosaria Ianniello, respingendo l'associazione mafiosa. Ora la Cassazione ha assolto Buzzi da due delle accuse contestategli, di turbativa d'asta e corruzione, mentre per Carminati cade anche un'accusa di intestazione fittizia di beni.
Per otto imputati le condanne diventano definitive, per altri quattordici (tra cui gli stessi Carminati, Buzzi, Brugia e l'ex consigliere regionale Luca Gramazio), proprio in virtù dell'accusa caduta, le pene sono da ridefinire in Appello in relazione all'associazione a delinquere semplice. I giudici hanno anche rigettato i ricorsi per i politici Mirko Coratti, ex presidente dell'Assemblea capitolina del Pd, il consigliere comunale Pdl Giordano Tredicine e l'ex presidente del Municipio di Ostia, Andrea Tassone. Adesso, con la legge spazzacorrotti rischiano il carcere.

LE REAZIONI
Alla lettura della sentenza hanno esultato le difese parlando di «sconfessione dell'operato della Procura» arrivando allo scontro con i magistrati. «I nostri amministratori non potranno dire che l'inefficienza della città è colpa di mafia Capitale», ha commentato Alessandro Diddi, legale di Buzzi. «La Suprema Corte ha ritenuto la sentenza di appello giuridicamente insostenibile», ha aggiunto Cesare Placanica, difensore di Carminati, mentre Giosuè Naso, il suo ex storico avvocato, e ora difensore di altri due imputati, attacca: «Ma vi pare possibile che la mafia sia stata riconosciuta a Roma in questi ultimi 7 anni, cioè da quando c'era Pignatone, e prima nessuno se ne era mai accorto?». E ancora: «E' stato un processetto, in cui si è voluto dopare una realtà criminosa di margine». Per l'avvocato Valerio Spigarelli, legale di Gramazio, «siamo di fronte alla sconfessione delle procura di Roma».
Ha replicato il procuratore generale della Capitale Giovanni Salvi: «Non trovo giustificate le esultanze di qualcuno visto che la Suprema Corte ha riconosciuto l'esistenza di associazioni, nei termini affermati dalla sentenza di primo grado, che aveva irrogato pene non modeste: due associazioni a delinquere che erano state capaci di infiltrare in profondità la macchina amministrativa e politica di Roma».

 

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