Clan Fasciani, la Cassazione: «Il clan è la mafia di Roma»

Clan Fasciani, la Cassazione: «Il clan è la mafia di Roma»
«Si può affermare che anche la città di Roma ha conosciuto l'esistenza di una presenza mafiosa, sebbene in modo diverso da altre città del Sud, ma...

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«Si può affermare che anche la città di Roma ha conosciuto l'esistenza di una presenza mafiosa, sebbene in modo diverso da altre città del Sud, ma non per questo meno pericolosa o inquinante il tessuto economico e sociale di riferimento». Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni del verdetto che il 29 novembre ha confermato le condanne per associazione mafiosa e altri delitti al clan Fasciani che alla fine degli anni '90 ha fatto il «salto» da «associazione semplice» a clan mafioso usandone i «metodi». 


Ad avviso degli
ermellini «ricondurre alla sola figura» del boss Carmine Fasciani «il complesso dei fenomeni criminali pur emersi dall'attività di investigazione sarebbe riduttivo e semplicistico». Perchè «condotte di sistematica valenza criminale consumate e sedimentate nel corso degli anni e in settori ben precisi e diversificati non possono che essere espressione di un'azione articolata secondo un preordinato programma criminoso che vede naturalmente al vertice il capo» che «deve necessariamente avvalersi di una struttura consolidata» senza la quale «da solo e soprattutto in un periodo in cui era detenuto agli arresti ospedalieri o controllato, nulla avrebbe potuto realizzare di significativo, tanto più in un territorio ove operavano (e operano) altri agguerriti sodalizi».


Il riferimento è al quartiere di Ostia e alla famiglia degli Spada. Con questo verdetto la Seconda sezione penale - mentre ancora si attendono le motivazioni su Mafia capitale della Sesta sezione che ha azzerato le condanne per 416bis riducendo il mondo di mezzo ad associazione semplice - afferma che non ci sono più solo le mafie a «denominazione di origine controllata» ma anche quelle «a forma libera» dal momento che «la complessità delle dinamiche sociali» richiede una «flessibilità» delle «tipologie espressive e delle forme di intimidazione» che ben possono «trascendere la vita e l'incolumità personale, per attingere direttamente la persona, con i suoi diritti inviolabili, anche relazionali, la quale vien ad essere coattivamente limitata nelle sue facoltà». 
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Il Messaggero