Rieti, Willie Sojourner: undici anni dalla sua scomparsa

Willie Sojourner
RIETI - Una pioggia intensa che veniva giù da ore e che non...

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RIETI - Una pioggia intensa che veniva giù da ore e che non avrebbe smesso per giorni. Il buio. La strada bagnata. La macchina che sbanda e si schianta contro un albero. Era esattamente così quella notte di 11 anni fa. Era esattamente così poco dopo la mezzanotte tra il 19 e il 20 ottobre del 2005. Era esattamente così che se ne andò per sempre Willie Sojourner. Successe tutto sulla Terminillese, a poche centinaia di metri da quella casa, da quel giardino, dove un quarto di secolo prima aveva pronunciato una delle frasi scolpite sul marmo della memoria di ogni sportivo reatino. «Willie no parte» disse lo Zio ad una folla che temeva se ne andasse da Rieti. Quella frase, purtroppo, non la disse quella sera di 11 anni fa, quando partì per sempre. Lo fece mentre Rieti dormiva e, in quel momento, furono pochi quelli che si resero conto della tragedia. Domenico Zampolini, amico di una vita, fu chiamato a casa e corse fino a quel pino della Terminillese per il compito più brutto, più triste, più atroce: quello del riconoscimento del corpo di Willie. Non c’era ancora facebook, non c’era ancora whatsapp (o almeno non erano ancora così diffusi), ma c’erano solo il primo internet, i telefonini di vecchia generazione e i cari, vecchi, sms. E fu con quei vecchi strumenti che la notizia della morte di Willie si sparse per Rieti. Il primo messaggio comparse sul muro della Curva Terminillo (“papà” delle pagine facebook dei tifosi) quando non era ancora passata mezz’ora dalla mezzanotte. «Brutto incidente sulla terminillese. Lo zio willie è volato in cielo»: a firmarlo Photone, nick name che corrispondeva ad un tifoso che passava da quelle parti per caso. Poi l’alba. La città che si sveglia, i telefonini che si accendono e il tam tam che in un attimo fa il giro della città. E le lacrime. Quelle lacrime che vennero giù per giorni, come quella pioggia incessante che per quattro giorni non smise mai di cadere. Rieti aveva perso Willie un’altra volta. Era successo all’inizio degli anni ’80, quando aveva smesso di giocare a basket. Poi quella fugace apparizione all’inizio degli anni ’90, prima della sparizione. Per anni si erano accavallati racconti e leggende, per anni si era sognato un suo ritorno. Ci aveva pensato Gaetano Papalia, l’uomo dei sogni, quello che stava lavorando per riportare la Rieti della pallacanestro in serie A. Lui aveva ripescato Willie ad Albuquerque, Nuovo Messico, dove faceva l’operaio per una ditta che produce cuscinetti a sfera. Quando arrivò a Rieti, il 15 settembre del 2005, al palazzetto che ora porta il suo nome c’era una folla pazzesca ad attenderlo. Quella stessa folla che lo aveva osannato per anni quando giocava e che sognava di goderselo a lungo. Un’avventura, quella del ritorno di Willie, durata solo 35 giorni. Fino a quella notte tra il 19 e il 20 ottobre. Fino a quella serata di pioggia incessante. Fino a quella curva, a quell’auto che sbanda e che si ferma contro quell’albero. Proprio là dove oggi c’è una lapide. Proprio là dove esattamente undici anni fa, poco dopo la mezzanotte tra il 19 e il 20 ottobre se ne andò per sempre lo Zio Willie.
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Il Messaggero