Al pronto soccorso, aggrappati alla speranza

Sempre in pronto soccorso...
provo a salvare gli altri 
nella speranza che qualcuno 
salvi me
@Darkmobius87

C’è la mamma che tiene la mano alla figlia: non è piccola, ma qui gli anni non contano, la paura bussa alle porte di tutti, non c’è ragione che tenga. Una ragazza è con il fidanzato, le lacrimano gli occhi, lui invia messaggi al cellulare, ma è accanto a lei e, al bisogno, la consola. Un anziano è solo, si accarezza le mani, aspetta il suo turno, ha un livido sulla fronte, forse è caduto. Un’altra donna è in pantofole, sdraiata su una barella, è appena arrivata in ambulanza, la sua unica visuale è un soffitto bianco che diffonde una luce da sala operatoria. Non c’è spazio per le parole, in questa sala d’attesa di un pronto soccorso in Prati, la notte prima del voto – che per tanti è un esame – ma solo per la forza, quella che serve ad aggrapparsi ad una speranza sottile come un filo. Una speranza che ha tanti colori: il bianco e il verde quelli con le prospettive migliori, dal giallo al rosso, spesso, c’è una corsia che porta diritti verso il ricovero e tante altre battaglie da combattere in corsia. ‘A livella vale anche (soprattutto) qui; si aspetta il proprio numeretto, la visita, le analisi, e – se si è fortunati – la stretta di mano verso le dimissioni. La paura è nei silenzi di chi scruta infermieri e medici che sfilano su e giù per i corridoi, spesso con una passione e una dedizione uniche; è negli sguardi di chi è solo e può trovare conforto solo dentro se stesso. E’ un girone, non sempre infernale, dove si combatte per continuare a sorridere, fuori da quelle pareti che hanno visto sfilare la vita e la morte.

marco.pasqua@ilmessaggero.it

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