Eutanasia, suicidio assistito in Svizzera per 50 italiani in 3 anni

Eutanasia, suicidio assistito in Svizzera per 50 italiani in 3 anni
Sono stati «50 negli ultimi 3 anni» gli italiani che hanno scelto, come la 29enne americana Brittany Maynard, una ''dolce morte'' per interrompere sofferenze...

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Sono stati «50 negli ultimi 3 anni» gli italiani che hanno scelto, come la 29enne americana Brittany Maynard, una ''dolce morte'' per interrompere sofferenze fisiche e psichiche dovute a una malattia incurabile. A tracciare il bilancio Emilio Coveri, presidente di Exit Italia, associazione che si occupa di aiutare chi vuole ricorrere al suicidio assistito, anche se cittadino di Paesi dove questo non è consentito. La mecca in questo caso è la Svizzera, dove Exit ha accordi con 3 strutture (Life Circle-Eternal Spirit di Basilea, Ex-International di Berna e Dignitas di Zurigo) e il 7 novembre attiverà una quarta collaborazione con la prima struttura (Liberty Life) nel Canton Ticino, più vicino al nostro Paese e dove il personale parla italiano.




I 50 connazionali, dice Coveri all'Adnkronos Salute, «hanno fatto richiesta e ottenuto il suicidio assistito. In attesa ci sono poi altre 27 persone, di cui 11 giovani sotto i 30 anni, affetti da malattie psichiche molto gravi certificate da medici psichiatri, da Sclerosi laterale amiotrofica (Sla) o da tumori. La crescita dei nostri iscritti è andata aumentando esponenzialmente in questi ultimi anni e siamo contenti di dare speranza a chi, comunque, sceglie di andare a morire 'in esiliò». E, spesso, anche in solitudine, «visto che sono ammessi accompagnatori, ma c'è il rischio che vengano perseguiti per istigazione o aiuto al suicidio. Per questo, da tempo chiediamo che gli artt. 579 e 580 del codice penale dovrebbero essere sospesi per queste persone».



«Come Exit - aggiunge Coveri - lottiamo perché si possa arrivare a vedere garantito un diritto che riteniamo rientri nel rispetto della dignità umana: quello di poter scegliere la fine della propria esistenza, che tutti noi vorremmo fosse senza inutili sofferenze». Anche se in Italia la ''dolce morte'' non è consentita, «noi abbiamo una via d'uscita, un escamotage che si chiama Svizzera: attraverso di noi si può fare richiesta quando una persona, avendo una patologia grave, irreversibile, clinicamente accertata e senza possibilità di guarigione ha deciso, non avendo più nulla da chiedere dalla vita, la morte volontaria assistita. La richiesta viene corredata da cartelle cliniche e dal testamento biologico, e una commissione medica valuta questo materiale. Viene poi dato l'ok per l'ammissione alla pratica - prosegue il presidente Exit Italia - e a questo punto il paziente stabilisce la data desiderata. Si parte due giorni prima, ci si sottopone a una nuova visita approfondita. Ed è bene notare che il medico è tenuto a cercare di far desistere fino alla fine il paziente, che può decidere di tornare indietro in qualsiasi momento, o anche di decidere una nuova data», come accade al 40% dei richiedenti e come sembrava aver fatto anche la giovane Brittany, «che si è recata in Oregon, a Portland, dove la Hamlock Society risponde alle richieste di suicidio assistito di tutto il Nord America».
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Il Messaggero