Manovra con la fiducia. I «fari accesi» del Colle

ROMA Una legge di bilancio che scavalca completamente l’esame delle commissioni parlamentari per approdare direttamente in aula blindata dalla fiducia non si era mai vista. Al Quirinale tengono «per il momento i fari accesi». Ma, certo, il precedente è di quelli che fanno già discutere i costituzionalisti. La saggezza popolare dice che il difficile sta nel cominciare, poi tutto è più semplice. Un proverbio che il governo gialloverde ha deciso di seguire alla lettera, almeno per quanto riguarda le richieste di fiducia.
Dall’insediamento, avvenuto il 1 giugno, ci sono voluti infatti più di tre mesi per la “prima volta”: era il 12 settembre e fu posta sul decreto Milleproproghe che sarebbe scaduto 11 giorni dopo. Da allora, però, è stata una escalation.

SEGRETO DI PULCINELLA
È il segreto di Pulcinella che in questa settimana sarà richiesta almeno altre due volte: sulla manovra al Senato, appunto, e sul ddl anticorruzione alla Camera. In tutto 8 per l’esecutivo Conte (escludendo ovviamente le due seguite al giuramento). E, con ogni probabilità, non saranno nemmeno le ultime prima della pausa natalizia. Tra i cinquestelle alcuni “ribelli”, come il comandante Gregorio De Falco o Elena Fattori hanno cominciato a manifestare il loro disappunto: «Stiamo facendo peggio di Renzi». Il fatto è che a dirlo sono i numeri. Secondo i calcoli di Openpolis, senza contare le fiducie che incombono, infatti, il governo Conte, rispetto alle leggi approvate, ha scelto questa strada il 31,58% delle volte, mentre l’esecutivo guidato dall’ex segretario del Pd il 26,72%. Poco di più Enrico Letta (27,78%).

Una media più alta di quella dell’attuale governo, sempre con dati aggiornati al 13 dicembre, la conquistano invece il governo Gentiloni (32,99%) e Monti (45,13%). Non si è invece abusato dello strumento durante il Berlusconi IV (16,42%). Se si considerano le due fiducia previste questa settimana, peggio, insomma, ha fatto solo il governo Monti.
Finora, c’è stato un solo provvedimento approvato esclusivamente con voti di fiducia, ed è il decreto sicurezza di Matteo Salvini. Ma un altro testo, il ddl anticorruzione caro al M5s, si accinge a una doppia fiducia. In occasione del voto al Senato, anche per i mugugni dei parlamentari di maggioranza, il Guardasigilli, Alfonso Bonafede, aveva cercato di sminuire. «È segno che per il governo il provvedimento è importante». Dal punto di vista istituzionale, infatti, quando un esecutivo chiede la fiducia su un disegno di legge, di fatto lega il proprio destino a quello del testo.
In entrambi i casi, tuttavia, più che la fretta dell’esecutivo nel vedere approvati provvedimenti che ritiene fondamentali, a pesare nella scelta di porre la fiducia sono state le tensioni nella compagine gialloverde: il dissenso degli ortodossi M5S per il primo, la necessità di correggere l’emendamento Vitiello passato con voto segreto per il secondo.
Lo scorso 13 dicembre, inoltre, ci sono state due fiducie in un giorno solo: sul ddl anticorruzione al Senato e sul decreto fiscale alla Camera.

LE ACCUSE DEL PASSATO
Va anche detto che, salvo sorprese, la legge di Bilancio sarà approvata con una tripla fiducia. In passato, quando erano opposizione, erano stati proprio i grillini a lamentare, soprattutto nei confronti di Renzi, l’uso eccessivo della fiducia. La senatrice, Paola Taverna, in un video ritirato fuori proprio dopo il voto sul decreto sicurezza a Palazzo Madama parlava per esempio di «dittatura».

Ora i ruoli sono invertiti, ma dallo scranno più alto di Montecitorio, è il presidente della Camera, Roberto Fico, a chiedere che il dibattito non venga strozzato. «Nel mio discorso di insediamento ho detto che avevo intenzione di far tornare il Parlamento centrale. Decreti o fiducie non dipendono dal sottoscritto» ma «se si lavora bene in Commissione, se c’è tempo per un confronto approfondito, poi in Aula arriverà una legge migliore».

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