Brexit, governo battuto: il controllo dell'iter passa al Parlamento: si dimettono tre sottosegretari

Un bastimento in alto mare, con l'equipaggio diviso sulla direzione da prendere, tentato dall'ammutinamento, ma incapace per ora di togliere il timone alla capitana. È l'immagine della Gran Bretagna in turbolenta navigazione verso la Brexit che torna a emergere oggi dall'ennesimo dibattito alla Camera dei Comuni. Segnato ancora una volta dal braccio di ferro fra la premier Theresa May - all'angolo, eppure decisa per ora a non dimettersi - e un Parlamento che tuttavia si mostra infine capace di provare a sottrarle il controllo: approvando a tarda sera, con 329 voti contro 302 e grazie anche a una parte di dissenso Tory, un emendamento che permetterà mercoledì ai deputati di votare prioritariamente le loro proposte «indicative» di piani B alternativi alla linea May. Annunciata di nuovo come cruciale, la settimana che si è aperta dopo la proroga a doppia opzione concessa dall'Ue (dal 29 marzo al 22 maggio in caso di ratifica dell'accordo di divorzio, al 12 aprile in caso di nulla di fatto) rischia di non essere in realtà più decisiva di tante altre presunte settimane cruciali recenti.

La prima decisione di giornata è un rinvio. Theresa May, nel suo statement, ammette che «allo stato non c'è ancora un consenso sufficiente» per l'intesa da lei raggiunta con Bruxelles a novembre e già bocciata due volte clamorosamente a Westminster. Ma non per questo la ritira dal tavolo. Si limita a prendere tempo, aggiornando a data da destinarsi l'ipotesi di un terzo voto di ratifica - se sarà possibile - e intanto si piazza sulla riva del fiume ad aspettare i preannunciati «voti indicativi» del Parlamento: dicendosi disposta ad «affrontarne costruttivamente» il responso, ma avvertendo di non voler dare «assegni in bianco» su alternative «non negoziabili» con l'Ue e non senza dichiararsi «scettica» sull'esito dell'operazione. Per il resto il suo messaggio resta testardamente identico a se stesso.

L'impegno del governo rimane quello di cercare il consenso sul piano A, insiste May a dispetto del nuovo 'nò incassato oggi dai vitali alleati unionisti nordirlandesi del Dup. Ribadendo di essere contraria - nonostante la marcia del milione di anti- Brexit di Londra e la petizione firmata da 5,5 milioni di persone - a un secondo referendum che sarebbe un tradimento del «dovere di attuare il risultato del primo» sancito da «17,4 milioni di elettori» nel 2016. E aggiungendo che se i deputati non fossero in grado di approvare qualche strategia positiva differente dalla sua intesa entro il 12 aprile, Bruxelles non potrebbe accordare un rinvio lungo della Brexit: con la conseguenza di lasciare il temuto e traumatico sbocco del cosiddetto 'no deal' come epilogo automatico.

Un epilogo che la Commissione Europea considera a questo punto «sempre più verosimile», riferendo di preparativi sostanzialmente «completati» da parte di Ue e Stati membri per parare o ridimensionare gli effetti del contraccolpo. In casa britannica, e nella parrocchia Tory in primis, si continua frattanto a discutere di possibili vie d'uscita legate alle dimissioni di May. O, meglio, al suo possibile impegno a farsi da parte di qui a qualche mese. Ma ad oggi complotti e negoziati non sembrano produrre effetti. La premier si rifiuta d'indicare una sua exit strategy precisa e, per quanto indebolita, pare tener botta di fronte alle ambizioni di chi vorrebbe sfilarle la poltrona: che si tratti di eventuali «traghettatori», come il moderato vicepremier de facto, David Lidington, o di pretendenti veri come il tribuno euroscettico Boris Johnson.

«C'è un lavoro da fare e intendo continuare a svolgerlo», risponde secca lady Theresa a una deputata d'opposizione che la provoca su un imminente passo indietro. Un'ostinazione che è ormai «motivo d'imbarazzo nazionale», l'attacca nel botta e risposta ai Comuni il leader dell'opposizione laburista, Jeremy Corbyn. Scommettendo sul proprio piano B per una Brexit più soft che si dice certo possa trovare «il consenso della Camera» dopo quello ottenuto in un appello congiunto senza precedenti «di sindacati e Confindustria». Scommessa che nell'emendamento approvato stasera - non senza il voto ribelle favorevole di 3 sottosegretari ora dimissionari, Richard Harrington, Steve Brine e Alistair Burt - trova senza dubbio un motivo di speranza in più.

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