Coronavirus, ricoverati possono trasmetterlo fino a 37 giorni: ecco chi rischia di più

Le persone ricoverate con Covid-19 possono continuare a trasmettere il coronavirus per un periodo compreso tra 8 e 37 giorni e in media circa 20 giorni. A indicarlo è uno...

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Le persone ricoverate con Covid-19 possono continuare a trasmettere il coronavirus per un periodo compreso tra 8 e 37 giorni e in media circa 20 giorni. A indicarlo è uno studio pubblicato su Lancet, che identifica anche i principali fattori di rischio di morte tra questi pazienti: oltre a malattie pregresse, segni di sepsi e problemi di coagulazione del sangue. Lo studio ha esaminato 191 pazienti ricoverati a Wuhan presso lo Jinyintan Hospital and Wuhan Pulmonary Hospital, di cui 137 sono stati dimessi e 54 sono morti in ospedale.


I ricercatori hanno confrontato le cartelle cliniche, i dati di trattamento e i risultati di laboratorio tra sopravvissuti e non, descrivendo, per la prima volta, il quadro completo della progressione del Covid-19. La durata mediana della febbre era di circa 12 giorni ma la tosse durava più a lungo; nei sopravvissuti, la mancanza di respiro cessa dopo circa 13 giorni, ma dura fino alla morte nei non sopravvissuti. In media, i pazienti avevano un'età media di 56 anni, il 62% erano uomini e il 48% presentava patologie croniche sottostanti, la più comune era la pressione alta e il diabete. Dall'esordio della malattia, il tempo mediano alla dimissione è stato di 22 giorni e il tempo medio alla morte è stato di 18,5 giorni.

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Rispetto ai sopravvissuti, i pazienti deceduti avevano maggiori probabilità di avere livelli ematici elevati della proteina d-dimero, responsabile della formazione di coaguli (trombi) nei vasi sanguigni e livelli elevati di Interleuchina 6 (un biomarcatore di infiammazione e malattie croniche). «L'ampio spargimento virale osservato nel nostro studio ha importanti implicazioni per guidare le decisioni in merito alle precauzioni» e indica «la necessità di test negativi per Covid-19 prima che i pazienti vengano dimessi dall'ospedale», osserva uno dei co-autori, Bin Cao, del Friendship Hospital e Capital Medical University di Pechino.

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Il Messaggero