Il gap italiano/ Competenza perduta, la democrazia è in panne

Passato qualche giorno dalle elezioni che hanno dato vita alla XVIII legislatura, è possibile con un po’ di calma provare a interrogarsi sulle ragioni di un voto che, per modalità e dimensione, sembra avere chiuso una lunga fase politica cominciata nel 1994. I cosiddetti movimenti “antisistema”, hanno conquistato circa il 50% dei voti: tuttavia, la strada verso il governo appare assai complicata. Si tratta, bisogna ammetterlo, di una grande affermazione elettorale, avvenuta probabilmente per motivi diversi. Se da un lato è innegabile ancora una forte componente di protesta, dall’altro è forse ravvisabile la volontà degli elettori di chiudere con una classe e una fase politica e di sperimentare novità salvifiche.

Certo, le promesse di questa campagna elettorale sono apparse da subito molto criticabili, sia dal punto di vista dell’equità sia da quello della realizzabilità. Dal primo punto di vista, tuttavia, c’è poco da discutere: siamo nel reame delle opinioni politiche e ognuna di esse ha diritto di cercare rappresentanza. Dal secondo punto di vista, però, è evidente che non è (più) possibile fare i conti e amministrare un Paese senza rispettare i vincoli di bilancio, peraltro ormai da qualche anno sanciti anche dalla nostra Costituzione. Sbagliato e inutile pensare che il risultato sia frutto di una mancata conoscenza da parte degli elettori (siamo sinceri, buona parte dell’altro 50% lo pensa, eccome!). Se c’è un problema di conioscenza, riguarda trasversalmente la società - e quindi tutti i partiti e tutti gli elettori.

Quello che manca all’elettorato sono semplici cognizioni di educazione giuridica ed economico-finanziaria. Il diritto pubblico (una volta si chiamava “educazione civica”) è sparito o mai approdato nella maggior parte delle scuole superiori, tanto è vero che gli studenti all’università spesso non sanno quanti sono i deputati o quanto dura una legislatura, per non parlare della favola sempre verde del “Presidente del Consiglio eletto dai cittadini”. E per quanto riguarda l’educazione finanziaria, l’Italia si conferma ormai da anni agli ultimi posti secondo tutte le classifiche. Non si tratta di diventare esperti costituzionalisti o fini analisti bensì solo di acquisire nozioni semplici che però dotino di senso critico i cittadini rispetto non solo alle scelte elettorali ma anche rispetto alle proprie scelte strategiche in tema di lavoro, risparmio, pensioni, istruzione, etc.. Non si spiega forse altrimenti perché in un contesto economico tutto sommato positivo e in miglioramento negli ultimi cinque anni, i partiti di governo siano stati così ferocemente puniti dagli elettori. La disoccupazione, a tutte le età, è diminuita; l’economia è tornata a crescere e così i redditi, la pressione fiscale è diminuita, la riforma delle pensioni del 2011 è stata corretta più e più volte, così da permettere a chi ne aveva il diritto prima del 2011 di andare in pensione o a chi vorrà anticipare il pensionamento di farlo. Certo, restano ancora molte iniquità e disparità.

Ma non è un problema solo italiano, se anche in Germania i partiti di governo sono usciti indeboliti dalle ultime elezioni lo scorso autunno. L’Europa è diventata il nuovo nemico da cui difendersi se non addirittura da cui allontanarsi: e sembra irrilevante (o più probabilmente è ignoto ai più) che l’ingresso nell’Unione ci abbia fatto risparmiare miliardi di euro in interessi sul debito, miliardi che sono stati invece impegnati in spese più utili per la popolazione. Sia chiaro: “Uno vale uno” è un principio sacrosanto in democrazia, e non c’è alcuna ragione per pensare che l’elettorato di un partito abbia meno dignità di quello di un altro. Anche perché l’elettorato è molto più mobile di quanto si pensi. D’altro canto, ci sono vuoti anche a livelli elevatissimi delle istituzioni: per esempio, la Corte costituzionale appare ormai meno attrezzata a prendere decisioni da quando l’equilibrio di bilancio è diventato anch’esso un principio costituzionale da difendere. E il Parlamento? E le altre istituzioni? Dove mancano le conoscenze, il rischio di delega in bianco ai cosiddetti “tecnici” diventa elevato. 
Di questa mancanza parla anche Tom Nichols, nel recentissimo saggio “La conoscenza e i suoi nemici”: c’è una stretta relazione tra competenze e democrazia. La politica deve utilizzare le competenze degli esperti, se ne deve appropriare e inglobarle nella sua visione di società. In mancanza di questa capacità – tanto della classe politica quanto degli elettori – il passo dalla democrazia alle tecnocrazia è breve. È davvero questo che vogliamo? 
 

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