Beffa Capitale/ La toppa giudiziaria al posto dell’asfalto

Le buche di Roma come il racconto di Gogol. Finiremo per trovarle vestite in divisa da cancelliere di procura. O agghindate da usciere di tribunale, come il naso dell’omonimo testo dello scrittore russo che passava da un volto all’altro e da una situazione all’altra (lo videro perfino in tenuta da consigliere di Stato), in una strepitosa satira dell’assurdità e dell’invadenza burocratica? Di sicuro, invece di toglierle dalle strade ricoprendole con una coltre di asfalto vero, come vorrebbero il buon senso e il buon governo, le buche romane si moltiplicano e si riproducono diventando carte giudiziarie, affollando le scrivanie degli incolpevoli magistrati già oberati da tanto lavoro, aggiungendo altro materiale burocratico sulla montagna della burocrazia. Niente bitume: inchiesta! Quella che è stata aperta, per dovere d’ufficio, dai giudici sollecitati dalle denunce dei cittadini. Ormai da tempo esasperati dallo stato penoso e pericoloso delle strade della Capitale. 

E così, con la chiamata in causa dei giudici, trascinati su un campo (crepato) che non gli competerebbe, siamo all’impazzimento plateale e quasi surreale (sennò non servirebbe Gogol) di un sistema che burocratizza tutto invece di applicarsi a risolvere materialmente i disastri che riguardano la mobilità. Ma anche il decoro (la buca degrada e imbruttisce tutto), la sicurezza e la salute (le vertigini provocate dalle voragini, per non dire delle spine dorsali rovinate e delle gambe rotte). La buca che finisce in procura certifica l’incapacità, da parte della giunta Raggi, di dare risposte amministrative. E simboleggia l’apoteosi del giuridicismo anche come toppa stradale. Non va contestata la scelta di aprire un’inchiesta, che è assolutamente legittima e doverosa in un caso grave come questo. Quel che impressiona è, viceversa, che l’inchiesta diventa l’unica croce a cui aggrapparsi da parte dei romani. E funge da consolazione e da risarcimento, da balsamo e da palliativo, a tutte le ferite stradali che necessiterebbero di terapie d’urto e di medicina d’urgenza.

Mentre l’inchiesta opportuna e sacrosanta si allungherà nel tempo, certificando la supplenza di un potere nell’assenza o nella carenza di un altro, le voragini si allargheranno ogni giorno di più. E’ questa l’Italia ben rappresentata dalla sua Capitale, in cui tutto finisce al Tar, o alla Corte dei Conti, o in qualsiasi Procura d’ogni ordine e grado. E non a caso, in questo corto circuito, i tre settori principali della gestione cittadina - mobilità, immondizia, decoro - sono quelli in cui si producono più inchieste che soluzioni. E c’è sempre un colpevole in più, ma non una buca in meno. Magari fioccano le condanne, e però le ruote delle auto e delle moto («Bianco rosso e cerchione», è la parodia che impazza in questi giorni facendo il verso al celebre film di Carlo Verdone) insieme alle ossa dei romani non si sentono maggiormente protette. Il governo capitolino si sente così nella condizione migliore: quella di chi guarda e non mette mano. Tutta lieta di poter dire la solita frase: l’indagine faccia il suo corso. Un alibi per non fare il proprio dovere e una situazione perfettamente sintetizzata da Fabrizio De André nella celebre canzone «Don Raffaè»: «Prima pagina venti notizia / ventuno ingiustizie e lo Stato che fa / si costerna, s’indigna, s’impegna / poi getta la spugna con gran dignità».
 

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