Attenti al telefonino: tumori e cellulari,
tutto quello che le lobby non dicono

La copertina del libro
I manuali di istruzione dicono di tenerli da 1,5 a 2,5 centimetri dall’orecchio. In molti paesi precise disposizioni sanitarie raccomandano di non farli usare ai bambini, di non lasciarli sotto il cuscino di notte (come fanno molti adolescenti in attesa del fatidico sms prima di dormire). Una sentenza del Tribunale di Brescia ha stabilito un risarcimento a carico dell’Inail per un ex manager colpito da un tumore alla testa causato dall’uso eccessivo del cellulare. "Toglietevelo dalla testa. Cellulari, tumori e tutto quello che le lobby non dicono" di Riccardo Staglianò (Chiarelettere, pp. 368, 15 euro) è un libro che racconta tutto quello che c’è da sapere sul possibile legame causale cellulari-cancro. Ne anticipiamo un capitolo.







di Riccardo Staglianò

Parafrasando un vecchio motto molto americano, quando il gioco si fa confuso gli avvocati cominciano a giocare. Le precondizioni per una bella partita ci sono tutte: un crescente numero di studi da citare, statistiche da manipolare come il pongo, consulenti di parte che si incattiviscono anche sul fronte dell’accusa. In passato i tentativi di portare in tribunale i produttori e gli operatori hanno avuto vita breve e sfortunata, ma oggi molte cose sono cambiate. Soprattutto uno degli appigli piu spesso invocato dall’industria, il parere negativo della Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), è venuto meno, lasciandola piuÌ scoperta sui fianchi. E', per i colpevolisti, il momento di tornare all’attacco.



Non a caso tre settimane dopo quella pronuncia tre importanti avvocati dello studio McDermott Will & Emery rompono il tabù e consegnano a «Forbes» un lungo editoriale dal titolo Le onde dei cellulari possono portare un’ondata di cause, salvo poi avvertire nel sommario che resterà pur sempre difficile provare in aula la correlazione tra uso del telefonino e tumori. I legali, oltre a molte opinioni, danno una notizia: il giorno stesso della decisione di Lione (che alla fine di maggio ha classificato i cellulari come «possibili cancerogeni, nda), la Corte suprema degli Stati Uniti ha chiesto un parere al ministro della Giustizia per sapere se adesso puoÌ riconsiderare il diniego, ribadito l’anno prima dalla corte del Terzo circuito, a una class action intentata da un uomo che accusava le compagnie di aver cospirato per mettere sul mercato apparecchi senza adeguate avvertenze né auricolari. «Se la Suprema corte rovesciasse la decisione del Terzo circuito ci si dovrebbe aspettare un’alluvione di cause basate sull’inclusione dei cellulari tra i “possibili cancerogeni”». Il grande problema, tuttavia, rimane quello di vedere se la ri-classificazione forniraÌ a tali pretese «dei veri denti». Perché, al di là della difficile prova del nesso di causalità, anche i danni morali per la «paura del cancro» che in vari Stati possono essere richiesti necessitano manifestazioni fisiche per essere riconosciuti come fonte di ansia tale da meritare un risarcimento.



L’ultima volta che in America si è fatto sul serio, quanto a cause contro l’industria, eÌ il febbraio 2002. In quella settimana un giudice di Baltimora, Justine Blake, ascolta i legali e i consulenti di Christopher Newman, un neurologo quarantenne che sostiene che il suo astrocitoma è dovuto ai cellulari e chiede 800.000 dollari di risarcimento a produttori e operatori dei telefonini che ha adoperato sino a quel giorno. Oltre, ovviamente, alla dozzina di avvocati ed expert witnesses che costituiscono il team dell’industria. Per cinque giorni, secondo una prassi che va sotto il nome di «audizione Daubert», Blake sente le due parti per capire se le prove scientifiche siano sufficienti per an- dare avanti nella causa. Una pezza d’appoggio importante per il ricorrente sono un paio di studi dello svedese Lennart Hardell che mostrano un aumento di rischio negli utilizzatori di cellulari ma che (ancora) non sono stati pubblicati in riviste peer review. Un difetto, questo, su cui gli avversari fanno leva per screditarne il valore. Dopo mesi di camera di consiglio il giudice ritiene di non procedere su quella base troppo fragile. E la bocciatura segna di fatto la sorte delle altre cinque cause che, nel frattempo, sono sbocciate sull’onda di Newman, raffreddando a lungo le intenzioni di chiunque voglia provare a emularlo.



Oggi nelle aule americane sono in corso almeno un paio di cause che raggruppano piuÌ ricorrenti. Una eÌ quella che vede protagonista l'agente immobiliare nonché sopravvissuto a un tumore al cervello Alan Marks. «Abbiamo superato la prima fase, ovvero quella dell’ammissibilitaÌ della documentazione scientifica» spiega la moglie Ellen quando la incontro a New York, la stessa sera in cui eÌ ospite in studio di Barbara Walters, regina dei talk show statunitensi, per commentare la notizia del giorno, la «svolta Iarc». «Adesso affronteremo la discovery – mi spiega – ovvero la parte in cui chiedere- mo alle compagnie di produrre una serie di documenti interni dai quali speriamo di dimostrare almeno il reiterato tentativo di evitare che il pubblico sia correttamente informato dei rischi che corre usando i loro prodotti. Ma anche di far risaltare che molti vecchi telefonini, tra quelli usati da mio marito e dagli altri ricorrenti, non rientravano affatto nei limiti di emissioni oggi ritenute sicure».



Sarà una lotta lunga, ma non sono mai stati fiduciosi come oggi. Mentre in America si aspetta il parere dell’attorney general che potrebbe aprire le porte dell’inferno per l’industria, riautorizzando le class action, in Italia ci si prepara a presentarne. L’associazione di consumatori Codacons ci sta lavorando da mesi, da prima che l’agenzia di Lione si pronunciasse regalando anche a loro un supplemento di ottimismo. «Stiamo predisponendo la documentazione scientifica, molti ottimi ricercatori se ne occupano» spiega nel suo ufficio romano l’avvocato Maria Cristina Tabano, ammettendo che «la parte difficile sarà stabilire giuridicamente il nesso di causalitaÌ. Dal punto di vista penale possiamo puntare sulla violazione del principio di precauzione, mentre nel civile il rapporto di causa-effetto richiede una certezza che, in questa materia, è per definizione sfuggente».



A convincerli tuttavia che si tratti di una partita giocabile è stata la sentenza di Brescia, di cui Tabano conferma («a quanto mi consti») il primato internazionale. «Nel nostro atto punteremo su due aspetti. Il primo eÌ quello della corretta informazione. Esiste una legge, il codice del consumo, che prevede che gli utilizzatori siano edotti sui rischi, in particolar modo i bambini e i soggetti deboli. Qui eÌ stato rispettato? Non mi sembra. Il secondo eÌ valorizzare quella sorta di mezza ammissione stampata nei manuali di istruzioni che prevedono una distanza di sicurezza. E su questo punto la battaglia saraÌ il tentativo di dimostrare che quelle misurazioni non tutelano adeguatamente l’utente».



Non è l’unico indicatore che qualcosa si stia muovendo. A giugno la Camera ha ospitato il convegno internazionale dal titolo «Telefonia mobile, wifi e wimax: un pericolo per la salute?» il cui punto di domanda, a giudicare dalle conclusioni assai colpevoliste dei relatori, si poteva tranquillamente togliere. Alla fine di settembre 2011, a Venezia, si è svolto il convegno nazionale dell’International Commission for Electromagnetic Safety (Icems), nel quale il senatore Felice Casson ha ricordato il forte invito alla cautela del Consiglio d’Europa, sottolineando la «carenza regolamentare italiana ed europea». Sempre Casson, nell’ottobre del 2008, ha presentato un disegno di legge per trasferire ai comuni la tutela della salute in materia di campi elettromagnetici, siano essi causati da impianti di trasmissione radiotelevisiva che di telefonia mobile. Quando lo incontro nella sua stanza al Senato, però, non ha la faccia di uno che si fa troppe illusioni: «Con il governo Berlusconi non si farà assolutamente niente. Pensi che il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani ha proposto, mentre il resto d’Europa valuta di restringerli ulteriormente, di rialzare sino a dieci volte i limiti di esposizione alle radiazioni elettromagnetiche. Io invece ho proposto di cambiare i modi con cui determinare il nesso causale nel codice penale, facilitandoli, ma non è certo una modifica che accadrà a breve». Nel frattempo ai cittadini non resta che difendersi da soli.


Venerdì 27 Gennaio 2012 - Ultimo aggiornamento: 28-01-2012 09:47

© RIPRODUZIONE RISERVATA

COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti
QUICKMAP