Trend, il professional coaching per start up e micro-imprese contro il fallimento

Idee innovative a rischio senza programmazioni lungimiranti e politiche per la performance. Marco Lamacchia (autore de Il metodo anticrisi): “Le criticità maggiori nell’organizzazioni del lavoro”
 
Definire ruoli, comportamenti e attitudini del team di lavoro secondo una direzione strategica, ma in maniera spontanea. E analizzare con chiarezza le interferenze interne oltre che esterne al business aziendale, per individuare obiettivi che siano realmente sostenibili e raggiungibili in tempi noti. E’ una sfida costante per quegli imprenditori, quei manager, quei dirigenti e professionisti chiamati a gestire un’attività d’impresa potenzialmente scalabile seppur  bloccata in uno stallo che, al di là delle condizioni dei mercati, è soprattutto di natura organizzativa. Una risposta che punta all’aliquota umana dietro le attività dell’impresa – e che prevede interventi mirati alle situazioni dei singoli –, viene dal mental coaching applicato al mondo aziendale: la metodologia formativa di sostegno per un pieno sfruttamento delle risorse personali, che lavora sulla motivazione e promuove nuove strategie di pensiero e capacità di problem solving. 
È un approccio che viene dall’estero (si è sviluppato negli Stati Uniti soprattutto a partire dagli anni ’90), ma che trova un terreno particolarmente fertile in uno scenario produttivo come quello italiano, tradizionalmente caratterizzato dalla prevalenza di micro-imprese spesso a conduzione a familiare: “Da quella che è la nostra esperienza, l’impresa italiana molte volte si è persa nel passaggio generazionale – spiega Marco Lamacchia, life& business coach, imprenditore e autore de Il metodo anticrisi (Mind), in uscita in libreria nei primi mesi del 2018 –. Quando i figli non sono stati preparati a ricevere le aziende dai padri hanno attivato meccanismi di auto-sabotaggio inconscio, con danni enormi a fornitori, dipendenti e clienti. In questo tipo di passaggi occorrerebbe ricorrere al tutoring intergenerazionale”. Ed è proprio in situazioni come queste, quando si tratta di intervenire sui comportamenti più che sui bilanci, che il ricorso alle best practices ormai consolidate del mental coaching diventa una leva strategica: “Il nostro aiuto permette di ristabilire la giusta rotta – aggiunge Lamacchia –. Per le piccole aziende suggeriamo stratagemmi semplici e pratici. Un buon consiglio, ad esempio, è quello di adottare un’uniforme aziendale, necessaria a creare una cesura tra la dimensione professionale e quella familiare, in mancanza della quale i conflitti sul lavoro tendono ad aumentare, con conseguenze negative a cascata sulla produttività”. 
Secondo dati ActionCoach, in effetti, per le aziende che seguono programmi di executive coaching  si registra un miglioramento nella produttività (nel 53% dei casi), nella forza organizzativa (48%), nella riduzione dei costi (23%), nelle relazioni tra colleghi (63%), nel lavoro di squadra (67%), con una riduzione dei conflitti con i dirigenti (52%). Uno degli ambiti in cui si dispiega il lavoro di un coach con un’azienda è proprio quello della risoluzione dei problemi di interazione tra pari e con i superiori, che incidono negativamente sui processi decisionali. Ci sono poi lo sviluppo dei talenti (il talent management per la scoperta di attitudini e competenze da valorizzare, in un’ottica di differenziazione), le azioni per il miglioramento della leadership e del lavoro in team (per riallineare l’azione collettiva agli obiettivi aziendali e far incontrare competenze complementari). 
Tutti strumenti su cui l’Italia è ancora debole. E per le aziende, anche le più innovative, la sfida è tenere il passo, valorizzando programmazioni lungimiranti e calibrando politiche per la performance sulle peculiarità della struttura e delle diverse fasi economiche: “Nella fase di lancio di un’idea imprenditoriale innovativa è fondamentale avere ruoli e posizioni ben definiti – spiega Lamacchia – . Spesso, invece, nelle start up le squadre si formano sulla base di amicizie o esperienze condivise in passato. Ma occorre selezionare attentamente le competenze necessarie in base alle priorità e alle aspettative di crescita”. 
Secondo il Global Entrepreneurship Monitor, l’80% delle start up sarebbe infatti destinato a fallire entro i tre anni: “Nel mio libro – spiega l’esperto – individuo tre momenti da tenere in considerazione. Il primo è l’analisi iniziale e la definizione degli obiettivi, poi la progettazione di un’adeguata gestione delle risorse, infine la pianificazione della fase finale di vendita o chiusura dell’azienda che, paradossalmente, va ponderata fin dal principio, proprio per affrontarla in maniera corretta quando si presenterà”.
Dopo aver ricevuto i primi finanziamenti e aiuti dagli incubatori, molte start up spesso sono lasciate sole nella fase di crescita, quella in cui si gioca gran parte del loro futuro. “Quando si dice che l’Italia è un Paese di creativi si dice la verità, e la creatività applicata all’imprenditoria è un valore aggiunto. Ma l’idea innovativa – raccomanda il coach – va governata secondo protocolli efficaci. In mancanza di questi il rischio è che dall’entusiasmo iniziale si passi, nel giro di pochi mesi, al fallimento. L’investimento dell’allenamento mentale per le risorse aiuta a programmare un percorso che permette di puntare alla stabilità all’attività imprenditoriale fin dall’inizio”.
 
Giovedì 18 Gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento: 20:05

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