Garlasco. Chiara Poggi, a 10 anni dalla morte il ricordo della mamma: «Lei è sempre con me»

di Claudia Guasco
MILANO E’ il 13 agosto 2007, mancano dieci minuti alle due, Garlasco è deserta e assolata. Squilla il telefono del 118: «Credo che abbiano ucciso una persona... non ne sono sicuro, forse è viva... C’è tanto sangue dappertutto». A parlare è Alberto Stasi, 26 anni, laurea in Bocconi imminente, una vita di provincia senza inciampi. In fondo alle scale della villetta di via Pascoli c’è la fidanzata Chiara Poggi, massacrata con un’arma mai trovata. «Sembra ieri, ma sono passati dieci anni. Ricordo ogni cosa. Quando ho visto Chiara per l’ultima volta, prima di partire con mio marito e mio figlio Marco per le vacanze in montagna, la telefonata di domenica sera e il giorno dopo la chiamata dei carabinieri che ci dicevano di tornare a casa», racconta Rita Preda, la mamma di Chiara, con la sua voce dolce e forte insieme.
 


ROSE BIANCHE SULLA TOMBA
Oggi per la famiglia è una giornata speciale, dieci anni senza Chiara. «Il suo ricordo è sempre molto vivo, è come se fosse ancora qui», dice la mamma. E’ andata al cimitero, ha portato un mazzo di rose bianche: «Sulla sua tomba i fiori ci sono sempre, ma oggi ce ne sono molti di più. Chi le ha voluto bene non si dimentica di lei. Non so chi sarebbe oggi Chiara. A volte cerco di immaginarla, ma poi mi fermo: fa troppo male». Si era laureata da poco, a Milano aveva trovato il suo primo lavoro. «Aveva tanti sogni, ma non ha potuto realizzarli perché la vita è stata troppo avara con lei», è il grande dispiacere di Rita Preda. Sulle spalle, oltre alla morte della figlia, ha dieci anni di processi, «una vicenda che non ci ha mai permesso di cercare di andare avanti con un po’ di tranquillità. Ma adesso, dopo l’ultima sentenza definitiva della Cassazione e il rigetto della richiesta di revisione, siamo più sereni». Spiega la mamma: «Sono tutte prove da affrontare e superare e Chiara è sempre con me». Al dolore per non averla più al fianco si aggiunge lo strazio che, a ucciderla, è stato il fidanzato. Su quel ragazzo che i Poggi consideravano come un figlio, la famiglia ha fatto calare il silenzio.

STUDI DI LEGGE E PARTITE A TENNIS
Fin dall’inizio le indagini hanno puntato su di lui, a una settimana dall’omicidio il nome di Alberto Stasi finisce nel registro degli indagati e il 24 settembre scatta il fermo: contro di lui, sostiene il pm di Vigevano Rosa Muscio, c’è un quadro indiziario «grave, preciso e concordante». In realtà non è così, perché «alcune significative incompletezze d’indagine» - rileva il gup di Vigevano Stefano Vitelli - trasformano il percorso giudiziario in una strada accidentata. Per la procura il dna di Chiara sui pedali della bicicletta bordeaux di Alberto è la «pistola fumante» dell’inchiesta, non convincono le scarpe immacolate del bocconiano che attraversano il pavimento sporco di sangue della villetta, né il suo alibi - il lavoro al computer per consegnare la tesi di laurea - così come il racconto del volto «pallido» della fidanzata, che invece era coperto di sangue. Ma le perizie non forniscono prove decisive e il 17 dicembre 2009 arriva il primo verdetto (con rito abbreviato): respinta la richiesta di condanna a trent’anni di carcere, Alberto viene assolto. Il 6 dicembre 2011 la Corte d’Assise d’Appello conferma l’assoluzione e il 5 aprile 2013 il processo sull’omicidio di Chiara Poggi arriva in Cassazione.

Secondo il sostituto procuratore generale Stasi è il responsabile dell’omicidio della ragazza: «Ha simulato il ritrovamento del cadavere», mentre la difesa sostiene che dalla procura arrivano «accuse lombrosiane». Assoluzione annullata e processo da rifare, il 20 dicembre 2014 Alberto viene condannato a 16 anni di carcere dai giudici del processo d’Appello bis e un anno dopo la Suprema corte mette la parola fine alla complessa vicenda giudiziaria convalidano la sentenza. Contro il bocconiano, un mosaico di indizi: le impronte sul dispenser portasapone nel bagno dei Poggi, il dna trovato sui pedali della bicicletta sequestrata, un alibi che non lo esclude dalla scena del crimine, l’impossibilità di non sporcarsi le scarpe sul pavimento di casa Poggi e, «come l’assassino, calza scarpe numero 42». Stasi si costituisce in carcere a Bollate, dove oggi studia legge, segue numero si corsi di aggiornamento e gioca a tennis.
Domenica 13 Agosto 2017 - Ultimo aggiornamento: 18:57

© RIPRODUZIONE RISERVATA

COMMENTA LA NOTIZIA
3 di 3 commenti presenti
2017-08-13 18:40:45
Tribunali diversi che emettono sentenze sempre diverse. L'unica ad uscirne male in questa storia è proprio la giustizia italiana. Indagini condotte male, prove poco consistenti ...Hanno trovato il colpevole giusto o quello sbagliato? Chissà.
2017-08-13 14:20:28
Ma i capelli in mano alla ragazza che non corrispondono a Stasi quelli non contano. L'assassino è libero e se la ride della giustizia italiana.
2017-08-13 08:09:48
Che tristezza questa storia: indagini partite male, la mamma di Chiara che, con affetto verso quest'individuo, affermava che non poteva essere stato lui, sviando anche lei in qualche modo le indagini, lo sguardo freddo e asettico di Stasi. Eppure, a riguardare le immagini dell'epoca, alcune cose non avrebbero potuto n√® dovuto sfuggire a chi portava avanti le indagini: l'inspiegabile pulloverino grigio perennemente calato sulle braccia per tutto un ferragosto caldissimo, la dimensione delle impronte, l'impossibilit√† di vedere il viso della ragazza, che era rivolto a testa in gi√Ļ verso le scale delle cantina e tante altre cose. La beffa di un'assoluzione inconcepibile, e il finale di un rito abbreviato per un assassinio feroce.
3
  • 980
QUICKMAP