False emergenze per saltare la fila
al pronto soccorso, primi
interrogatori per i medici indagati

di Aldo Simoni
C'è chi ha già depositato le sue memorie difensive. Chi, invece, ha preferito essere interrogato direttamente dal Procuratore.
Insomma, destini incrociati, anche se su percorsi diversi, per i 15 medici dell'ospedale di Frosinone indagati per i reati di peculato e falso commessi negli anni che vanno dal 2012 al 2014, e denunciati in un esposto del 2014. Reati che (secondo un rapporto del Nas) si sarebbero consumati nel momento del ricovero di alcuni pazienti i quali, classificati inizialmente con un codice verde (non urgente) poco dopo, per accelerare l'iter del ricovero, venivano trasformati in rosso (grave) e, pertanto, avevano la priorità su tutti gli altri. Casi, che, è bene chiarire, si riferiscono al passato e, dunque, estranei all'attuale gestione del Pronto Soccorso.

IL TRIAGE
Ma è possibile tutto ciò? «Assolutamente no. E' una ipotesi del tutto inesistente» risponde uno dei medici indagati.
E il motivo è il seguente: «Perché quando un paziente entra al Pronto soccorso - aggiunge - viene sottoposto ad una prima classificazione (al Triage) da parte dell'infermiere che, successivamente, ti fa visitare dal medico del Pronto soccorso. E' dunque lui che stabilisce il codice effettivo del paziente, potendo confermare o modificare, quello assegnato dall'infermiere. E, di conseguenza, decide il ricovero. La prassi è solo questa e sfido chiunque a trovare un solo caso che non abbia seguito questo iter».
Secondo l'accusa, però, dal Reparto potrebbero essere state esercitate pressioni sul medico del Pronto Soccorso. Magari dal medico che già conosce il paziente avendolo già visitato nel suo studio privato... Ma anche questa è un'accusa che i medici indagati respingono: «Se un paziente viene nel mio studio o nel mio reparto - spiega uno di loro - e mi dice che si sente male io posso (anzi, devo) fare una prescrizione in cui consiglio il ricovero. Cosa che comunemente fanno anche tutti i medici di famiglia».
Inoltre, si difendono i medici indagati, se ci fossero state «pressioni» sui medici del Pronto soccorso per l'attribuzione di un codice rosso, si dovrebbe ipotizzare anche una connivenza totale tra i medici dei vari Reparti (chirurgia, ortopedia, urologia...) e quelli del Pronto Soccorso. Una ipotesi estremamente improbabile, vista anche la ruggine che spesso c'è tra i colleghi dei vari reparti.

I CODICI
In verità ci sarebbe una procedura, per evitare che un codice rosso sorpassi il giallo. Ed è quella dei percorsi omogenei. In pratica sia il codice rosso, che il giallo che il verde dovrebbero avere dei percorsi separati e indipendenti, nel senso che ogni paziente, appena entra in ospedale, segue l'iter stabilito per il suo codice (evitando, dunque, che il rosso sorpassi gli altri). Ma è evidente che una tale organizzazione presuppone un numero ben più alto di sanitari al Pronto Soccorso che, al momento, con le ristrettezze in tema di personale, è difficile da attuare.
Intanto i medici indagati hanno appena depositato le loro memorie difensive. Dunque la Procura, entro marzo, dovrebbe giungere alle sue conclusioni: archiviazione o richiesta di rinvio a giudizio.
Di contro, i carabinieri del Nas hanno dalla loro le testimonianze di alcuni pazienti che inchiodano altrettanti medici. Sono malati che, al termine della loro degenza, soddisfatti dell'esito del loro ricovero, hanno elargito la più classica della «busta» con 100 euro dentro. «Sono regali che a volte si fanno come segno di ringraziamento» spiegano i medici. Ma per la Procura sono invece prova del «peculato» commesso nell'ambito di una prestazione già pagata dal Servizio sanitario.

EPISODI DEL 2102
Ed è proprio partendo da queste testimonianze (risalenti agli anni 2012-2014 che, dunque, non riguardano l'attuale gestione del Pronto Soccorso) che i carabinieri del Nas hanno approfondito le indagini culminate con i 15 avvisi di garanzia. E , dopo aver acquisito cartelle e consulenze, sono giunti alle loro convinzioni.
In pratica, secondo l'accusa, un paziente che cercava di accelerare i tempi, andava dal suo medico di riferimento il quale , nel suggerire il ricovero, aggiungeva anche la parola «urgente» e in tal modo induceva il collega del Pronto Soccorso ad attribuirgli il «codice rosso».
Ma tra i tanti casi esaminati ci sono anche casi «limite» come quello di un chirurgo che era stato chiamato dal Pronto Soccorso per una consulenza. La paziente, con un dolorosissimo ascesso, è stata ricoverata e operata.

IL RISCHIO PRESCRIZIONE
Ebbene, è emerso che quella stessa paziente era già in lista di attesa e il suo intervento era stato programmato dopo qualche mese. «Ma se la situazione è precipitata - si difende il medico - io avevo il dovere di ricoverarla. Né avevo mai visto prima la paziente , né sapevo che era in lista di attesa». Circostanze, queste, confermate dalla stessa paziente. Per la procura, invece, il transito al Pronto Soccorso avrebbe accorciato i tempi di attesa.
E' evidente, dunque, che quest'inchiesta è concentrata su tutto l'ospedale. O meglio, sui Reparti (in particolare chirurgia, ortopedia e urologia) e sulla loro gestione. Ma considerando che sono fatti del 2012/2014, incombe, ora, il rischio prescrizione.
Aldo Simoni
Lunedì 12 Febbraio 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:38

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