Luca Cifoni
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Gli investimenti frenati dai fondi che mancano. E dai nuovi codici

Sul fatto che in Italia servano più investimenti pubblici sono d'accordo quasi tutti, almeno sulla carta. Gli economisti usano dire che gli investimenti sono "la domanda di oggi e l'offerta di domani" nel senso che all'effetto di stimolo derivante da questo tipo di spesa si aggiunge in seguito un incremento del Pil potenziale grazie alle migliori infrastrutture, materiali o immateriali che siano. Ma cosa è successo in Italia negli ultimi anni? Lo sintetizza in un suo recente rapporto l'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) tra il 2010 e il 2014 gli investimenti pubblici sono diminuiti per cinque anni consecutivi, con una riduzione cumulata di circa il 30 per cento rispetto ai livelli del 2009.

Questa tendenza negativa si è poi interrotta e con l'ultima legge di bilancio il governo ha cercato di incrementare il livello della spesa per il triennio 2017-2019, rispetto all'andamento tendenziale. Ma come ha evidenziato recentemente Pier Carlo Padoan, la quantità delle risorse non è l'unico vincolo: «Resta un limite nella capacità di spendere, e di spendere bene, delle pubbliche amministrazioni» ha argomentato il ministro dell'Economia, ricordando anche il caso del nuovo codice degli appalti che paradossalmente è stato nell'ultimo anno uno dei fattori di freno agli investimenti. Concepito con le migliori intenzioni per garantire efficienza e trasparenza, il testo è rimasto impantanato nella fase di attuazione, con decine di decreti da emanare e un ruolo dell'Anac (l'autorità anticorruzione) inedito e non sempre chiaro. Poi nei mesi scorsi è arrivato un provvedimento correttivo che per il ministro dovrebbe «permettere di superare i problemi» e quindi fa sperare «in una ripresa degli investimenti per l'anno in corso».

  Giovedì 27 Luglio 2017, 22:48
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