Toponomastica, di tutto di più. Ma alla vigilia della Giornata della Memoria ignorati gli ebrei deportati

Martedì 26 Gennaio 2021 di Carlo Maria Ponzi
Viterbo, una pietra d'inciampo a Porta della Verità

Alla vigilia della Giornata della Memoria (27 gennaio) Palazzo dei Priori ha fatto conoscere i nomi e di cognomi delle «persone che in vita si sono distinte per particolari meriti e qualità» che godranno dell’intitolazione di parchi e spazi pubblici urbani.

A scorrere l’elenco della nuova toponomastica un primo dato quantitativo risalta: che su 20 intitolazioni solo 7 sono intimamente legate alla storia, più o meno recente, del capoluogo: Sergio Andreoli, calciatore della Roma, campione d’Italia 1941/42; Carlo Cardoni, pubblicitario e promotore di eventi culturali (per uno spiacevole refuso, riporatato dal Messaggero con il titolo di “don”); Antonino Garzia, parroco di Sant'Angelo e Roccalvecce; Nadia Benedetti, uccisa a Dacca il 1 luglio 2016 da un gruppo di estremisti islamici; Sauro Sorbini, tipografo, antifascista, imprenditore ovvero “il cittadino scomodo”; Raffaele Giorni, ucciso 1996 “a vent'anni da cieca violenza”; Padre Felice Rossetti, frate francescano, noto per l’istituzione di musei d’arte ad Assisi e Grotte Santo Stefano, sua città natale.

Il restante elenco è fatto di 13 nomi, alcuni dei quali ispirati da scelte ideologiche (criterio ampiamente diffuso, da che mondo è mondo, in tutte le latitudini del Pianeta alle prese della toponomastica), che attengono a figure e drammi che hanno segnato la vita, non solo del Paese, negli ultimi lustri, e che attengono a figure e tragedie - dalle foibe istriane alla primavera di Praga - che hanno segnato la vita, non solo del Paese,

Al “minimo sindacale” riservato ai genius loci viterbesi con uno sforzo di fantasia (ecco che entra in gioco il Giorno della Memoria, che ogni anno celebra la liberazione, 1945,  dei campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau da parte dell'Armata Rossa e commemora le vittime dell'Olocausto) si potevano aggiungere tre ebrei viterbesi: Emanuele Vittorio Anticoli, Letizia Anticoli e Angelo Di Porto, deportati ad Auschwitz nel 1944. I loro nomi campeggiano in tre “pietre d’inciampo”, incastonate tra i sampietrini davanti alla casa dove abitavano, in via della Verità al n. 19.

Le pietre (una targa di ottone, dove sono incise i dati anagrafici delle vittime e il luogo della loro morte) furono apposte l’8 gennaio 2015 dall’ideatore, l’artista tedesco Gunter Demnig, che avviò il progetto nel 1992, a Colonia per commemorare e ricordare i mille tra Sinti e Rom deportati nel maggio del 1940. Da allora sono state installate oltre 71.000 "pietre" in quasi tutti i Paesi che furono occupati durante la seconda guerra mondiale dal regime nazista tedesco.

Ultimo aggiornamento: 15:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA